La spunta blu

Ci salverà l'arte: la pandemia e i 30 anni di Twin Peaks

"Chi ha ucciso Laura Palmer?" è stato il tormentone che ha accompagnato l'incredibile successo di "Twin Peaks"
"Chi ha ucciso Laura Palmer?" è stato il tormentone che ha accompagnato l'incredibile successo di "Twin Peaks"

“Harry, voglio darti un consiglio prezioso. Una volta al giorno, tutti i giorni, fatti un regalo. Non programmarlo e non andarlo a cercare ma…lascia che arrivi.... Può essere una camicia vista in un negozio, un sonnellino nel tuo ufficio, oppure due ottime tazze di caffè nero fumante”. (dalla serie tv “Twin Peaks”)
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Quella che segue è una chiacchierata via email durate un paio di settimane con Ulisse Lendaro, avvocato, produttore e regista vicentino. Ha firmato il film “L’età imperfetta”, candidato ai David di Donatello e in corsa alla selezione dei film italiani da candidare all’Oscar 2019. La sua ultima fatica è un cortometraggio girato durante il lockdown: si intitola “Human O.A.K.” e racconta in forma dolce e poetica l’adolescenza come metafora di una “transizione” dell’umanità. Ha scelto lui la citazione che apre questo post. Quando in tv andò in onda per la prima volta "I segreti di Twin Peaks" frequentavamo entrambi il liceo Pigafetta: trent’anni fa. Partiamo da qui, quindi, da David Lynch e dalla domanda delle domande che inaugurò i favolosi Anni Novanta: “Chi ha ucciso Laura Palmer?”.


U.L.: Niente è stato più uguale dopo di lui. E nemmeno avrebbe potuto esserlo. Non sto parlando del Covid-19. Ma di Twin Peaks, il “film a puntate” capolavoro di David Lynch e Mark Frost che ha inventato il concetto moderno di serialità. Lynch ha rivoluzionato tutto della mia vita. Perfino la sintassi (della fiction che avremmo capito e usato in modo duraturo solo anni dopo), come “spoilerare” ad esempio. Verbo che fino ad allora, in quell’alba acerba dove fu trovato quel bellissimo cadavere da un pescatore, nessuno conosceva. Chi ha ucciso Laura Palmer? Vietatissimo rispondere. Quando la tv era ancora considerata la “idiot box” in cui imperversavano gli show di Pippo Baudo e fagioli di Raffaella Carrà e dove il massimo dell’adrenalina (sempre idiot) era data da Dallas, arrivò un uomo che parlava con un registratore, un altro con un braccio solo, un nano, una donna con una benda sull’occhio. E una ragazza, avvolta nella plastica. Arrivò l’oscurità. Quella bella, quella di cui tutti avevamo bisogno. Quella che ti fa sognare, immaginare, quella per la quale io (ma non solo) gli sarò infinitamente grato. Un passaggio epocale. Come quello che stiamo vivendo. Meno bello perché la realtà supera sempre la finzione. Ed è per questo che dobbiamo riflettere, studiare, prepararci per uscirne migliori, rafforzati. Ognuno nel proprio campo, nella propria umanità. E non manca molto. Ci sarà da aspettare ancora ma l’attesa è un concetto che oggi, come quando stava per arrivare Twin Peaks, è stato ridefinito. Ho amato Twin Peaks anche perché non venivano mai date risposte complete, ma solo parziali, dentro le quali si poteva scovare un’altra domanda. Affascinazione e progressione allo stato puro. Lynch ci ha insegnato anche che nel cinema si può ridefinire perfino un genere: Twin Peaks non appartiene ad un genus predefinito ma “abbraccia” il mélo, l’horror, il thriller inquietante, il kitsch, il grottesco, sfociando nel fantastico… “ridefinire” è la parola, il verbo che oggi (come in Twin Peaks) mi piace usare ma soprattutto provare a mettere in pratica: dobbiamo ridefinire (più o meno) ogni cosa. Che bello, che stimolante! E poi in Twin Peaks c’era la natura: alberi, tantissimi alberi fin dalla prima inquadratura. Ed io – solo nella mia mente – ero lo strampalato e geniale agente Dale Cooper (Kyle MacLachlan). Motore di tutto. Sempre e in questi mesi più che mai, ripeto ad alcuni amici e a me stesso (alla De Niro davanti allo specchio in Taxi Driver) “Harry, voglio darti un consiglio prezioso. Una volta al giorno, tutti i giorni, fatti un regalo. Non programmarlo e non andarlo a cercare ma…lascia che arrivi.... Può essere una camicia vista in un negozio, un sonnellino nel tuo ufficio, oppure due ottime tazze di caffè nero fumante”. Incredibilmente vero. Provate. Funziona anche sostituendo il caffè con il tè.


G.M.: Allora prendo un tè, grazie. A me invece sono venuti spesso in mente gli episodi di un'altra storia serie televisiva, "The twilight zone", che in Italia era stata tradotta con "Ai confini della realtà". Raccontava la fantascienza con il meccanismo teatrale dello straniamento, tipico del teatro di Ionesco: al protagonista di turno accadeva di svegliarsi una mattina e di percepire il vuoto tutto intorno, fino a scoprire di essere rimasto l'ultimo essere umano sulla faccia della terra. Oppure scopriva che il resto dell'umanità, a partire dalla sua famiglia e dai suoi colleghi di ufficio, sta elaborando una nuova lingua per comunicare e lui ne rimane escluso fino a non decodificare più nulla della realtà che lo circonda. Noi però stiamo cercando in due fiction del passato più o meno remoto le chiavi di lettura per interpretare questo presente sospeso, in cui la più grande fatica per noi tutti è la corretta percezione di quello che ci accade. Non c'è ancora una narrazione di finzione che racconti la pandemia. Finora ogni racconto è stato di tipo giornalistico, il format è il documentario. È come se fossimo ancorati a un principio di realtà perché la realtà ha superato la fantasia.


U.L.: La conosco! bellissima! Credo ne siano stati fatti 2 o addirittura 3 remake. Non è molto nelle mie corde perché si spinge troppo verso la fantascienza e la catastrofe (nel senso della solitudine) dell’umanità. Prediligo cose più realistiche. Sono affascinato dall’indagare i rapporti tra le persone. Cinematograficamente parlando mi piacciono “i personaggi”, la loro creazione, il loro passato (spesso non detto ma sempre molto presente se il carattere è stato scritto bene). “La corretta percezione di ciò che accade”: questa tua frase riassume perfettamente ciò che tutti – più o meno consciamente – cerchiamo di fare. Ma cosa ci salverà per davvero? Scontatamente ma fortissimamente, io rispondo l’arte. Quella con “a” minuscola, che fa diventare Grandi i suoi autori. Quella urbana, quella indie, quella creata con il nostro iPhone o dai nostri figli su un tablet e poi “postata”. Tutta l’arte, in ogni sua forma e declinazione. In questo periodo ripenso molto ad uno dei miei autori preferiti, Charles Baudelaire, che aveva il terrore di sentire il peso del tempo che lo premeva sulle spalle! Un’immagine forte ma vera. E allora cosa fare? e lui suggeriva: ubriacatevi, ubriacatevi sempre! Di vino, di poesia o di virtù, come vi pare. Ma ubriacatevi! Ecco per me l’arte (la settima, in particolare) ha proprio questa funzione! “Bisogna sempre essere ubriachi. Tutto qui: è l'unico problema. Per non sentire l'orribile fardello del Tempo che vi spezza la schiena e vi tiene a terra, dovete ubriacarvi senza tregua. Ma di che cosa? Di vino, poesia o di virtù: come vi pare. Ma ubriacatevi. E se talvolta, sui gradini di un palazzo, sull’erba verde di un fosso, nella tetra solitudine della vostra stanza, vi risvegliate perché l’ebbrezza è diminuita o scomparsa, chiedete al vento, alle stelle, agli uccelli, all'orologio, a tutto ciò che fugge, a tutto ciò che geme, a tutto ciò che scorre, a tutto ciò che canta, a tutto ciò che parla, chiedete che ora è; e il vento, le onde, le stelle, gli uccelli, l'orologio, vi risponderanno: è ora di ubriacarsi! Per non essere gli schiavi martirizzati del Tempo, ubriacatevi, ubriacatevi sempre! Di vino, di poesia o di virtù, come vi pare”.


G.M.: Ci salverà la bellezza, sì, ne sono convinto anch'io, presto o tardi. E però fin qui l'arte è stata anestetizzata, raffreddata fino al congelamento, persino vietata: musei, cinema e teatri chiusi, artisti trattati alla stregua dei buffoni di corte "che ci fanno tanto ridere" per citare l'ormai ex premier in una delle sue epifanie notturne per annunciare i dipiciemme. È stato come se tra tutte le terapie per questo tempo doloroso e faticoso, l’arte fosse la meno utile. Il corpo è stato continuamente al centro della scena pubblica, relegando la cura dell'anima a ultimo dei problemi. Ma dopo aver salvato il corpo, è sempre più urgente salvare l'anima. “Sono state giornate furibonde, senza atti d'amore, senza calma di vento, solo passaggi e passaggi, passaggi di tempo". Questi versi intonati da Fabrizio De Andrè in "Anime Salve" sembrano una profezia su quello che abbiamo attraversato e insieme un manifesto per quello che dovremmo fare per lasciarci alle spalle la pandemia: atti d'amore. Dall'abbraccio al bacio, dal distanziamento alla mascherina, il virus ci ha condannati a rimandare gli atti d'amore.


U.L.: se pensiamo che quello che stiamo vivendo sia una condanna, allora sarà lunghissima. Cambiamo prospettiva: prepariamoci, alleniamoci, studiamo, scriviamo, impastiamo e ancora scriviamo e alleniamoci ancora… Ci hanno tolto gli abbracci, che ci mancano come l’aria. Ora ce ne accorgiamo. Ma torneranno e saranno finalmente solo quelli veri, quelli sentiti perché adesso sappiamo quanto prezioso è un abbraccio, uno sguardo… Questa è una nuova vita che ci appartiene già da un anno. È solo diversa e non potrà che migliorare. Non dobbiamo sentirci condannati ma preparati ad un nuovo rinascimento. Certo non per tutta l’umanità. Ma solo per quella di un certo tipo.


G.M.: Queste tendenze si sono lette in filigrana sin dall'inizio della pandemia. Da un lato i teorici di una palingenesi, un nuovo diluvio universale per punire l'umanità di non si sa bene quali peccati immondi, se per il consumismo o se per l'inquinamento o la decadenza dei costumi: di qui l'ondata di puritanesimo, come se la quarantena fosse un atto di espiazione, un cilicio da conficcare nella carne viva verso una ascesi spirituale. Dall'altra i sostenitori dello stop&go: gli esseri umani costretti a staccare la spina per qualche tempo riflettono su se stessi, sui veri valori, e ripartono "migliori" di com'erano prima. Forse la mia è solo la corazza foderata di cinismo che inesorabilmente deve indossare chi fa il mio mestiere, forse è una disillusione che paga pegno a una certa mia inclinazione alla misantropia, ma non riesco a notare un "miglioramento" o un "peggioramento" collettivo. Vedo i singoli, i loro comportamenti, le loro reazioni. E vedo che chi consideravo tra i migliori prima, ha dato il meglio ed è migliorato; chi consideravo tra i peggiori, ha invece tirato fuori il peggio e mi sembra peggiorato. Non siamo tutti sulla stessa barca, piuttosto siamo tutti dentro la stessa tempesta, ma stiamo su barche diverse.


U.L.: “siamo tutti sulla stessa barca” lo avrebbe detto un Papa… Sei audace a contraddirlo! Il fatto è che ognuno la vede un po' come gli pare, giustamente. Mi hai portato fuori tema perché io adoro parlare di cinema e amo rifugiarmi (da sempre non solo in questo periodo) nelle sue storie: mi aiutano a restare “leggero” sia che si parli d’amore, che di omicidi. Twin Peaks compie trent’anni, ma per me resta una giovane e bellissima madre putativa. È conosciuta anche da chi non ne ha vista mezza puntata perché è entrata a far parte dell’immaginario collettivo e forse un po' tutti abbiamo desiderato il caffè di Dale Cooper. O il tè come preferisci. La prima puntata su canale cinque fu introdotta da Mike Buongiorno, presentatore universale ma per il “viaggio” che il (neo) pubblico televisivo stava per intraprendere, era il nostro Virgilio pronto ad inviarci in un posto che un tempo si chiamava Paradiso ma che da adesso in avanti si sarebbe chiamato solo Twin Peaks. Surreale no? Red Room, tende rosse, pavimento a zigzag, un Nano che parla al contrario: che il sogno condiviso con l’audience (il pubblico) abbia inizio. E si capisce immediatamente che ora si fa sul serio. Let’s rock!


gianmarco.mancassola@ilgiornaledivicenza.it