La spunta blu

Cento giorni di coprifuoco

Una scena dal film "L'ultimo bacio"
Una scena dal film "L'ultimo bacio"

“Non c'è contatto di mucosa con mucosa, eppur mi infetto di te”. (Marlene Kuntz)

Sono in fila al semaforo all'ora di punta. Ormai l'ora più trafficata è alla sera, tra le nove e le dieci. Prima del coprifuoco. Faccio due conti: cento giorni. Cento giorni di coprifuoco. Non so dire perché, ma la prima parola che mi viene in mente è bacio. Ve lo ricordate l'ultimo bacio? L'avete dato o ricevuto? C'era musica nell'aria o eravate in silenzio? C'era il sole o pioveva? Era notte o giorno? E come vi immaginate sarà il primo bacio, il prossimo, quello che darete dopo che tutto questo sarà finito? Apro il dizionario delle parole smarrite e scrivo “bacio”, una parola che non diciamo più o non diciamo spesso come la dicevamo prima, con la stessa passione e intensità, una parola che se ne porta dietro altre: labbra, lingua, saliva, pelle, contatto, cuore e batticuore. Non sono solo smarrite, queste parole, sono proprio rubate dalla pandemia, persino proibite. In quella palude stagnante di burocratese e sanitarese da cui pescano i testi dei decreti del governo e delle linee guida dei comitati e degli istituti che regolano le nostre esistenze, un divieto esplicito non c'è. E però se tracciamo una linea tra i punti cardinali degli obblighi e delle limitazioni, prende forma una parola da mettere al bando: bacio. La mascherina è il nostro secondino, la guardia di frontiera che sorveglia la linea del confine tra sicurezza e contagio. La distanza di almeno un metro è il fossato scavato intorno al castello. Servirebbe un'anagrafe degli amori e degli affetti, uno di quei database in cui cliccare un tasto e ottenere il saldo tra sentimenti sbocciati e relazioni sfiorite: temo che sullo schermo prenderebbero forma segni meno, grafici in picchiata come quelli dei crac in borsa, cifre scritte in rosso come quelle dei bilanci che sprofondano sotto zero. In questo anno di congiure e cospirazioni contro i baci, gli abbracci, i contatti, gli incontri, non ci mescoliamo più, non sperimentiamo più, non facciamo nuove conoscenze, non usciamo più dai confini delle nostre abitudini, dei nostri perimetri quotidiani. Fate la conta delle persone che avete conosciuto in questi mesi: no, non le persone che avete conosciuto su Tinder o durante una call di lavoro, intendo persone in carne e ossa a cui vi siete presentati a una festa, in un locale, a una gita. Non facciamo altro che fare e rifare le stesse cose, vedere e rivedere le stesse persone. E non baciamo più nessuno che non sia un... e va bene sì, tocca usare quella parola lì: che non sia un congiunto. Il bacio (sulle guance) era un modo per conoscersi e riconoscersi. Il bacio (sulle labbra) era la via dell'intimità, una terapia per il corpo e per l'anima. Ora è un'arma e come un'arma può essere usata solo con un permesso: un tampone negativo o un certificato di vaccinazione. L'epidemia è la traversata di un deserto: da un momento all'altro ha smesso di piovere, si sono prosciugati i pozzi, qualcuno li ha avvelenati, si sono seccate le foglie, ci siamo persi a vagare assetati su dune di sabbie alla ricerca disperata di quello che più ci manca: mi manchi come al deserto manca la pioggia, cantavano gli “Everything but the girl” un secolo fa. Un anno di carestia, un anno di guerra. Poveri noi, iscritti al club dei cuori solitari, che passiamo le sere d'inverno accucciati in pigiama sotto plaid rossi e grigi, storditi da infusi bollenti aromatizzati alla liquirizia, alla menta e al finocchio, guardando film anni Novanta con quelle scene tutte uguali eppure ogni volta diverse di lei e lui che alla fine si baciano e lo fanno in strada, mentre diluvia o mentre si fa festa per la coppa dell'Arsenal, finalmente dopo 18 anni. E più loro si baciano, più noi pensiamo a quell'ultima volta, a quell'ultimo bacio che ora brucia sul viso come gocce di limone, dato o ricevuto senza pensare che sarebbe stato l'ultimo e ci scriviamo un appunto da qualche parte per ricordarci, d'ora in poi, di baciare sempre come se fosse l'ultima volta, chiudendo gli occhi per catturare ogni atomo di emozioni, tra mille violini suonati dal vento. Nel frattempo ci tempestiamo di messaggi, a tutte le ore, anche mentre corriamo o lavoriamo, addirittura arriviamo a sperare che il semaforo diventi rosso per scrivere “anch'io” o “anche tu” in fretta, senza farci vedere dalla pattuglia e poi alla sera, durante il coprifuoco, mentre vediamo lo stesso film ma a distanza, ognuno a casa sua, e lo commentiamo come se fossimo sullo stesso divano, sotto lo stesso plaid, con in mano una tazza bollente con la stessa tisana al finocchio, alla liquirizia e alla menta. Così ci mettiamo d'accordo per vedere insieme “L'ultimo bacio”, che compie vent'anni: mado', già vent'anni. E come l'avrebbe girato, Muccino, quel film durante una pandemia come questa? E Carlo l'avrebbe tradita Giulia se fosse stato costretto a tornare a casa prima delle dieci? E l'avrebbe dato quel bacio a una ragazzina che conosceva appena, a una non congiunta o non convivente, senza nemmeno chiederle di farle vedere l'esito del tampone? “Voler scrivere l'amore, significa affrontare il 'guazzabuglio' del linguaggio: quella zona confusionale in cui il linguaggio è insieme 'troppo' e 'troppo poco', eccessivo e povero”, annotava Roland Barthes in “Frammenti di un discorso amoroso”, dopo aver intercettato due degli ingredienti che nutrono le relazioni a distanza: l'assenza e l'attesa. Sì, però quanta assenza e quanta attesa. Un anno di covid, cento giorni di coprifuoco. Uno dei primi bestseller nell'Italia sopravvissuta alla seconda guerra mondiale fu “Cronache di poveri amanti” di Vasco Pratolini. Racconta le vite dei Cornaioli, gli abitanti di via del Corno, nel cuore di Firenze, tra piazza della Signoria e il duomo. “Parlavano a bassa voce, sempre più piano via via che si faceva silenzio sulla strada: un bisbigliare fitto di due cuori, provenienti da opposte direzioni, tanto distanti che dapprima sembrò a loro stessi impossibile potersi incontrare. Ma lentamente si avvicinavano, scorgendosi appena sotto la scorza delle diverse esperienze, che a poco a poco cadevano come la borraccina raschiata dalla pietra, ed apparivano le loro anime, che erano ugualmente senza peccato”. E sotto questa tempesta ci sentiamo anche noi un po' come i Cornaioli, sì, siamo poveri amanti alla deriva su questo divano-zattera, sotto questo plaid rosso e grigio, con questa tazza ormai tiepida, mentre beviamo ancora un sorso al sapore di liquirizia, menta e finocchio e tu mi scrivi il monologo finale, anticipando Stefano Accorsi di un sospiro: “Eccoti qui, decidi che la fase dell'eterna adolescenza è finita e che è ora di crescere e crescerai. E allora tutto cambia e cambierà”. Tutto cambia e cambierà. Ora però se non scatta il verde faccio tardi, è l'ora di punta, c'è un traffico a quest'ora come non si era mai visto. C'è il coprifuoco, c'è da cento giorni e cento notti, io devo tornare a casa per vedere uno di quei film in cui prima o poi lei e lui si baciano, in mezzo a una strada, sotto la pioggia, ancora non lo sanno, ma potrebbe essere il loro ultimo bacio.

gianmarco.mancassola@ilgiornaledivicenza.it

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