La spunta blu

Bullo è solo chi pratica la violenza o anche chi la guarda senza opporsi?

Una scena dal film "Joker"
Una scena dal film "Joker"
Una scena dal film "Joker"
Una scena dal film "Joker"

«Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi, ma l’indifferenza dei buoni» (Martin Luther King)

E se fosse mia figlia? La domanda mi schiocca in testa come un rullo di tamburo ogni volta che mi torna davanti agli occhi uno dei video circolati molto in questi giorni. Le cronache del Giornale di Vicenza si sono macchiate di inchiostro per raccontare due aggressioni tra ragazzi davanti a scuola. A Vicenza come a Schio ricorre una costante: qualcuno ha ripreso le violenze con il telefonino e il video è stato rapidamente immesso in rete, attraverso i canali social. Non so decidermi se quei video siano stati girati per denunciare e aiutare le indagini o per raccattare un po' di clic. Le immagini dei due video sono simili: il branco si accanisce contro una vittima che è sempre sola e che subisce spinte, calci e pugni davanti a scuola, in mezzo a una folla di spettatori-testimoni. Tranquilli, questo non è un pistolotto moraleggiante o nostalgico, che dimentica o finge di dimenticare che cose come queste ci sono sempre state, so’ ragazzi e prima o poi cresceranno. Non sono scandalizzato, però impressionato sì. Mi limiterò a un paio di osservazioni. La prima: non sono agguati messi in atto in luoghi isolati o di notte, lontano da sguardi indiscreti, ma sono esibizioni della violenza del gruppo sul singolo bersaglio alla luce del sole, all’uscita da scuola, sfidando la folla e gli adulti. La seconda: manca il Garrone di turno, il buono che entra in scena e placa gli animi o corre ad avvertire chi è in grado di farlo; se c’è, come si intuisce nel video di Schio, si sveglia tardi, quando ormai l’aggressione è compiuta. La terza: nessuno sembra intervenire, ma c’è sempre qualcuno che riprende la scena. Non è un automatismo istintivo, o almeno, non lo sarebbe stato fino a qualche tempo fa. Quando si sprigiona un grumo di violenza davanti ai nostri occhi, serve una certa dose di cinica lucidità per avere la prontezza di riflessi di impugnare un telefono e girare un video. Per molte ragioni: la prima dovrebbe essere la preoccupazione di non essere coinvolti in un parapiglia di cui sono imprevedibili gli sviluppi, le dimensioni, il grado di ferocia; la seconda è che il branco potrebbe non gradire di finire nei guai a causa di un video che potrebbe servire a risalire ai responsabili dei crimine; la terza è che l’istinto dovrebbe essere indirizzato a dare l’allarme, a chiedere l’intervento dei soccorsi, se non addirittura ad aiutare la vittima del pestaggio a mettersi in salvo. E invece no. E allora mi chiedo: e se fosse mia figlia? Non alludo alla vittima dei pestaggi, sarebbe troppo facile, così come sarebbe troppo facile farsi questa domanda pensando agli aggressori. Mi chiedo se fosse mia figlia l'autrice del video come mi sentirei e cosa le direi? Hai fatto bene, hai fatto male? Se l'hai girato per denunciare una violenza, perché poi lo ai diffuso in rete e non l'hai invece consegnato solo a chi dovrà stabilire la catena delle responsabilità? La frequenza con cui vengono segnalati episodi come questi è sospetta non tanto dell’esposizione a prodotti culturali come Squid game (quand’ero ragazzino io le mamme chiedevano di cancellare dalla programmazione televisiva il temutissimo “Uomo tigre”: ogni generazione ha il suo spauracchio) o a strumenti tecnologici come i social network (quand’ero ragazzino io i giornali erano pieni di titoli allarmistici sugli effetti della teledipendenza: ieri la televisione, oggi Tik Tok & soci); semmai a me sembra l’effetto collaterale della pandemia, dei mesi spesi in casa, nella solitudine della didattica a distanza, senza scuola, sport, feste, cinema, bar. C’è un’energia rimasta a lungo compressa che spinge per liberarsi, nelle curve degli stadi come sul marciapiedi dell’istituto tecnico. Resto un fedele devoto del dialogo: non mi fa paura che le mie figlie guardino una serie tv con scene di violenza o che utilizzino le nuove tecnologie, quel che conta è parlarne, aiutarle ad avere gli strumenti per comprendere e contestualizzare quello che stanno vedendo o usando. Dovremmo metterci in ascolto per captare e decrittare quel fiume carsico che è il malessere accumulato in un tempo che ha acuito il divario tra generazioni. Mentre a Roma si discute di pensioni e di quota 100 o 102, a Sagunto ci si mena fuori da scuola, maschi o femmine non fa differenza, il guaio è che accade nell’indifferenza. La ripartenza e le riaperture non possono sanare da sole le ferite del virus. Che qualcuno perda la brocca e passi alle mani si può mettere in conto, se la reazione è di isolare i violenti e prenderne le distanze. Da quello che si riesce a vedere nei due video, però, la reazione non c’è e se c’è è debole, impalpabile, fiacca. I due video si presentano come una rappresentazione teatrale della violenza, una sfacciata esibizione messa in scena addirittura a favore di telefonini, senza paura per le conseguenze. Colpisce la distanza siderale tra l'attenzione con cui rintuzziamo ogni parola politicamente scorretta dal discorso pubblico e queste esplosioni di cattiveria e indifferenza, dove la prima reazione non è prestare soccorso, ma cogliere l'occasione per postare una foto o un video che moltiplicheranno visualizzazioni e like, rimbalzando da un telefono all'altro, in una catena di cinico voyeurismo impermeabile a ogni senso di colpa o paura di punizione. Mi chiedo allora se sia bullo solo il violento o anche chi guarda senza fare nulla. E se fosse vostro figlio non l'aggressore o l'aggredito, ma lo spettatore, se fosse vostro figlio l'autore di uno di quei video, voi come vi comportereste?

Ps: se volete ne parliamo alla diretta Instagram di mercoledì 3 novembre alle 18. Scrivete domande e osservazioni via email o commentando il carosello che pubblicheremo domenica 31 ottobre sul canale Instagram del Giornale di Vicenza.

gianmarco.mancassola@ilgiornaledivicenza.it