La spunta blu

Baciami ancora, Biancaneve

Una scena dal film "Biancaneve e il cacciatore"
Una scena dal film "Biancaneve e il cacciatore"

“E venne il giorno in cui il rischio di rimanere stretti in un bocciolo era più doloroso del rischio necessario a fiorire”. (Anaïs Nin)
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Non è un caso che il bacio senza consenso stampato dal Principe Azzurro sulle labbra dell’esanime Biancaneve venga processato proprio ora, in questo momento, in questo tempo. Quel bacio si ripete sempre uguale a se stesso da 84 anni mal contati, da quando venne proiettata per la prima volta la pellicola griffata Walt Disney. Nella versione originale dei fratelli Grimm nemmeno c’era: Biancaneve veniva sbalzata dalla bara di cristallo allestita dai sette nani per l’imperizia dei servitori ingaggiati per trasferire il corpo al castello del principe. Della storia di solito fanno effetto gli istinti infanticidi della matrigna o l’inclinazione necrofila del principe. Al bacio non consenziente non aveva mai fatto caso nessuno o quasi. Perché allora il bacio finisce sotto processo soltanto oggi, 84 anni dopo il debutto sul grande schermo? Spesso s’è detto che il virus ha portato in superficie fenomeni che come fiumi carsici si agitavano da tempo sotto la pelle del nostro mondo pre-covidico. Come un enzima, ha accelerato molti processi. Come un abile politico, di alcune tendenze si è fatto alleato. Ecco, ci sono due fiumi che hanno mischiato le acque confluendo l’uno nell’altro in questi quindici mesi: da un lato il neopuritanesimo indotto dal distanziamento sociale, dalle mascherine, dal divieto di effusioni, di baci e di abbracci, di mescolarsi con persone non conviventi o non congiunti; dall’altro gli effetti collaterali del politically correct e di movimenti come il #Metoo che, portati alle estreme conseguenze, non fanno che alimentare la Cancel culture, una forma di ostracismo due punto zero che vorrebbe rimuovere opere e carriere di chi è accusato di essersi macchiato di peccati, colpe o lettere scarlatte, da Napoleone a Woody Allen. Il processo al bacio del Principe Azzurro è un termometro che misura la febbre dei nostri giorni, ancora sospesi nella Terra di mezzo tra contagio, convalescenza e guarigione, tra paura e sicurezza, tra salute e libertà. Il marchio di fabbrica della pandemia è stata la diffidenza: la paura di contagiare o di essere contagiati ha inibito ogni nostro comportamento, fino a rallentare esistenze vissute a metà. Esistesse un contatore universale di baci, le lancette nell’ultimo anno avrebbero segnato il minimo storico. Non rischiamo più: i cuori non corrono più oltre gli ostacoli. Distanti e mascherati, non sappiamo più sedurre e farci sedurre, ormai ossessionati da protocolli, linee guida, autocertificazioni, tamponi, gel, passaporti vaccinali. La formula “in sicurezza” non è un ponte, ma un muro tra corpi, pelle, labbra. Il neopuritanesimo covidico ha sublimato l’arte dell’attrazione: non siamo più abituati, non siamo più allenati. Così, anche la manovra salvavita del principe finisce per apparirci un attentato al candore di Biancaneve, dimenticando che dopo tutto, quel bacio in quella storia di rara violenza, è la prima cosa bella che le capita.

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Ps: Quando leggo delle censure postume a grandi classici della letteratura o della filmografia per l’infanzia per accuse di razzismo o di sessismo, mi si compongo una dopo l’altra, sempre nella stessa sequenza, le lettere che formano questa domanda: ma ci parlate mai con i vostri figli? Il 2021 si era aperto con l’espulsione dal catalogo Disney di Peter Pan e Dumbo, prosegue ora con la furba polemica acchiappaclic sul bacio stampato dal Principe Azzurro all’esamine Biancaneve, priva di sensi e quindi non consenziente. A monte c’è la tesi, sbagliata, che libri, favole, racconti, film, non abbiano ragion d’essere senza una morale, senza scopi educativi, senza messaggi edificanti come le vite dei santi. A valle c’è invece l’idea, pure sbagliata vorrei sperare, che i nostri figli siano lettori o spettatori passivi e muti, in grado di digerire tutto senza masticare e se serve sputare. Non so voi, ma di questa avventura che è essere genitore uno dei momenti che preferisco è il cineforum o il circolo Pickquick che improvvisiamo quando sezioniamo come entomologi quel che abbiamo visto o letto ed è bellissimo perdersi nelle prospettive, nei gusti, nelle immedesimazioni, nelle interpretazioni. Parlando di film e libri, le mie figlie rimettono in fila qualche tessera del puzzle che si era persa, mentre io aggiusto la luce che illumina il quadro, che avevo visto da ragazzo e che ora rivedo da adulto con altri occhi e occhiali. Che Biancaneve fosse una storia con il fiato grosso per i millennials l’avevo capito dal distacco con cui è rapidamente scivolata nelle retrovie dei mattoncini con cui stanno costruendo il loro immaginario e il loro bagaglio culturale. Erano ancora alla materna quando compresi che Biancaneve non piaceva più perché non è artefice del suo destino: dall’inizio alla fine è in balia degli eventi, della matrigna prima, del cacciatore poi, della matrigna ancora e infine del principe. E non a caso protestammo un po’ tutti quando venne assegnata proprio Biancaneve per la recita della compagnia teatrale dei genitori, meravigliosa tradizione della scuola Malfermoni. La maestra che governava quel gruppo con il pugno di ferro di certi registi pieni di genio ma privi di cuore, non si lasciò intenerire e ci mise in mano le fotocopie con il testo originale. Il primo passo per ricavarne un copione da portare in scena fu smontare il racconto, destrutturare la storia per provare a svuotarla delle parti più ammuffite e grattare la ruggine. Ci rendemmo subito conto che sarebbe stato un gioco coinvolgente per i nostri piccoli spettatori ribaltare i grandi luoghi comuni letterari della fiaba. Per farlo dovevamo partire da lei, da Biancaneve, che per essere autenticamente protagonista doveva avere un ruolo attivo, impugnare le redini del suo destino a ogni bivio del racconto. La nuova Biancaneve, rivista e attualizzata, diventava una giovane donna che fiuta i pericoli e si ingegna per scansarli. Non attende che il cacciatore si impietosisca, ma lo confonde fino ad approfittare di una distrazione per fuggire. Non si sogna nemmeno di assaggiare la torta di mele offerta dalla strega: è il principe a peccare di gola e assaggiarne una fetta. Ed è con una manovra da Grey’s Anatomy che Biancaneve lo salva. Il segreto di quel successo era che tutti i bambini conoscevano la versione originale della fiaba: cancellando o censurando il bacio del principe, non solo sarebbe stato mutilato un pezzetto della nostra cultura popolare, ma il nostro pubblico non avrebbe compreso il senso della piéce, non avrebbe riso, non avrebbe potuto confrontare i due finali e scegliere in quale mondo è preferibile vivere, se in un mondo in cui le giovani donne subiscono dall’inizio alla fine i capricci del fato o se in un mondo in cui sono padrone del proprio destino. Prima di cancellare, censurare, boicottare, ostracizzare, fatelo un tentativo: parlateci con i vostri figli.

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