Tra l'incudine dell'inflazione e il martello della recessione

Il paradosso di questi tempi finanziari di guerra è che anche una notizia positiva ha effetti negativi. La coesistenza di un’inflazione sempre più minacciosa con la prospettiva concreta di una prossima fase di recessione alimenta l’incertezza tra i risparmiatori, presi tra l’incudine di dover cercare di proteggere il valore reale dei propri capitali e il martello di un avvitamento fatale dell’economia.
Di solito quando arriva una notizia positiva per i mercati, le Borse salgono. In questo momento succede il contrario. Prendiamo l’esempio dell’ultimo dato sull’occupazione nei settori non agricoli negli Stati Uniti. A maggio sono stati creati 390 mila nuovi posti di lavoro contro i 320 mila in più che erano stati stimati. Bene, viene da dire: se si creano più posti di lavoro di quanto previsto, vuol dire che l’economia è in salute e che i guadagni delle imprese saliranno. In teoria è così, ma in pratica la presenza di un’inflazione che non accenna a scendere (Janet Yellen, segretario al Tesoro degli Stati Uniti ed ex presidente della Fed, ha chiesto scusa per aver in passato definito temporaneo l’aumento del costo della vita) trasforma le prospettive di crescita in minacce. Sì, perché se l’economia corre più del previsto vuol dire che l’inflazione è lungi dall’essere domata e che, per questo, le banche centrali interverranno con l’estintore dell’aumento dei tassi d’interesse, notoriamente una manovra che terrorizza i mercati. Morale della favola, nel giorno in cui sono usciti i dati positivi sull’occupazione, Wall Street ha perso oltre l’1 per cento.
È destino che sui mercati non si debba respirare un po’ di “normalità”. Nemmeno quanto possiamo considerare conclusa l’anormalità dei tassi d’interesse negativi. Sì, perché per troppo tempo i risparmiatori sono stati tenuti lontani dall’investimento classico in obbligazioni, dal momento che la quasi totalità dei titoli di stato non offriva alcun rendimento e, anzi, chiedeva a chi li sottoscriveva una sorta di commissione, come si fa quando si depositano i soldi in una cassetta di sicurezza, per quanto i Btp così sicuri non fossero. Era l’effetto del quantitative easing, cioè l’acquisto massiccio di bond da parte della Bce avviato a suo tempo da Mario Draghi proprio per rianimare l’economia, iniettando a fin di bene nelle vene dei mercati finanziari una dose tale di liquidità che adesso contribuisce ad alimentare il mostro dell’inflazione. Ora i Btp, e tutti gli altri titoli obbligazionari a tasso fisso, sono tornati a offrire un rendimento (subendo di conseguenza delle perdite in conto capitale) ma, con le prospettive di ulteriori aumenti dei tassi di riferimento da parte delle banche centrali, non è affatto detto che la corsa sia finita.
Dunque, ricapitolando, i mercati azionari stanno scivolando perché temono il combinato disposto aumenti di tasso-inflazione, così come i mercati obbligazionari perché sospettano che la crescita dei rendimenti sia appena cominciata. In tutto questo i risparmiatori qualcosa devono fare, perché, a differenza di quanto c’erano i tassi negativi, lasciare i soldi in conto è l’unico modo certo per perderci, dal momento che più sale l’inflazione e più scende di valore il denaro lasciato a poltrire nei depositi o sotto il materasso. Un approccio attivo del proprio portafoglio ora s’impone.