Le bombe russe sull'Ucraina "colpiscono" le banche che affondano in Borsa

La guerra sconsiderata che la Russia ha portato in Ucraina ha già fatto migliaia di vittime. L’Occidente ha risposto da un lato mandando armi a Kiev per cercare di ridurre lo sproporzionato vantaggio delle forze in campo a favore dell’Armata rossa e dall’altro scatenando una pioggia di sanzioni economiche e finanziarie tremendamente efficaci nei confronti di Mosca, come testimonia la reazione della governatrice della banca centrale russa Elvira Nabiullina. Il punto è che, nel momento stesso in cui si dichiara una guerra finanziaria bisogna essere pronti a mettere in conto le conseguenze.
A giudicare dalla reazione dei mercati in questi primi dieci giorni di bombardamenti che stanno riducendo allo stremo delle forze un Paese orgoglioso e coraggioso come l’Ucraina, le perdite più significative sui listini azionari sono state registrate dagli istituti di credito. Per restare nel recinto di piazza Affari, dall’inizio del conflitto il settore bancario ha perso oltre un terzo del proprio valore. La capitalizzazione delle banche del Belpaese ha perso quasi tutto quel che aveva guadagnato durante lo speranzoso, in termini di aspettative di crescita economica, 2021 e adesso si lecca le ferite confidando in segnali positivi dalle trattative in corso per un possibile cessate il fuoco.
Il punto non è tanto l’esposizione delle banche italiane nei confronti del mercato russo. Tra Unicredit e Intesa Sanpaolo, per citare i due istituti di credito più importanti del Paese, le linee di credito legate alla Russia sfiorano i 20 miliardi di euro, con una percentuale che va dall’1,1 per cento di Intesa al 2,5 per cento di Unicredit. Traducendo in termini tecnici: poca roba. Certo, Unicredit ha lasciato sul terreno oltre il 40 per cento della propria capitalizzazione perché è presente in modo più massiccio come struttura, ma se guardiamo al rapporto con il totale delle attività siamo ancora molto lontani dai livelli di allarme. Negli anni le banche si sono molto rafforzate dal punto di vista del capitale e sono in grado di reggere a shock di questo livello. E anche per quel che riguarda la presenza in portafoglio di titoli di stato russi, le cifre in ballo sono davvero marginali.
Il problema, quindi, non è la Russia in sé, peraltro già dribblata in seguito alle sanzioni adottate a partire dal 2014, anno dell’annessione della Crimea e dell’occupazione di fatto del Donbass; il problema vero è che questa guerra rallenta la crescita in modo drammatico e, come se non bastasse, alimenta l’inflazione. In più le banche centrali, con questi chiari di luna, difficilmente andranno avanti con l’intenzione di aumentare i tassi d’interesse lasciando quindi le banche nel mare increspato della bassa marginalità (con i tassi più alti l’erogazione del credito è più remunerativa). Di fronte a queste prospettive, le vendite dei titoli bancari sono state massicce, provocando le perdite già descritte.
Prospettive Impossibile prevedere le evoluzioni di questa guerra griffata Vladimir Putin e, di conseguenza, impossibile prevedere anche se le banche precipitate a questi livelli siano buone occasioni di acquisto (lo sarebbero in condizioni di normalità) o se invece siano destinate a scendere ancora. Il peso economico della Russia, però, è ridotto. Fate i vostri conti.

Marino Smiderle