La Tesla va veloce al Nasdaq ed è ora che anche l'Italia ingrani la marcia giusta

La Tesla va veloce. Non solo su strada ma anche, e verrebbe da dire soprattutto, al Nasdaq. Tanto da essere entrata a far parte nel ristrettissimo club (i membri si contano sulle dita di una mano) delle società che capitalizzano oltre mille miliardi di dollari. O, se preferite, un trilione. Quando basta per fare di Elon Musk, fondatore della casa produttrice di auto elettriche, il Paperon de’’ Paperoni dei nostri tempi.
All’inizio del 2020, poco prima che scoppiasse l’era della pandemia, c’era chi storceva il naso di fronte agli 88 dollari con cui si scambiava il titolo al Nasdaq. Valeva già di più di alcune quotate case automobilistiche tradizionali e più di qualcuno pensava di essere di fronte a una bolla. Qualcun altro, invece, aveva già capito da tempo che questo sudafricano figlio di una dietologa e di un ingegnere elettromeccanico aveva fatto centro un’altra volta. Per fare un gioco gravido del senno di poi, se avessimo comprato mille azioni all’inizio del 2020 avremmo dovuto investire 88 mila euro. Diciamo che in quel momento pochi avrebbero potuto permettersi un simile azzardo: considerata la regola aurea di non destinare più del 10 per cento del proprio capitale a investimenti ad alto grado di rischio (e Tesla era considerata ad alto grado di rischio), solo chi aveva un patrimonio disponibile di almeno 880 mila euro avrebbe potuto osare una simile puntata. Comunque, fatte le debite avvertenze, se uno avesse puntato 88 mila euro un anno e 10 mesi fa, oggi si troverebbe un capitale discretamente rivalutato: le azioni valgono oggi 1.075 dollari, con un aumento del 1.120 per cento. Sì, avete capito bene, millecentoventi per cento. Quanto basta per trasformare i miei 88 mila euro originari in (quasi) un milione di euro. 
Ora la capitalizzazione di Tesla è pari a quella di tutte la dieci case automobilistiche che la seguono messe insieme, cioè Bmw, più Mercedes, più Volkswagen, più Stellantis e chi più ne ha più ne metta. Forse è un tantino sopravvalutata, ma Hertz, una delle più importanti società di autonoleggio, ha appena ordinato 100 mila modelli Tesla per rinnovare la propria flotta anche in un’ottica di sostenibilità ambientale. E questo ha contribuito a mettere le ali al titolo già decollato da tempo.
Di fronte a questa vivacità finanziaria, che va di passo con la genialità imprenditoriale, fa un po’ tristezza constatare che nei conti correnti di noi italiani giacciono 1.700 miliardi di euro parcheggiati per paura di investirli altrove. Anche perché i titoli di stato rendono zero o sottozero. Ma se vogliamo uscire dalle secche della stasi economica, o meglio, se vogliamo salire a bordo di questa ripresa di cui si intravede la forza, bisogna trovare il modo di mettere in contatto chi i soldi li cerca per realizzare progetti innovativi e chi invece ha interesse a investirli con rischi ragionevoli ma anche con rendimenti potenzialmente elevati. Non è detto che tutti i progetti siano come quelli di Tesla, anzi, ce ne saranno pochi dal risultato così clamoroso; ma se ci fosse un fondo ad hoc capace di investire in quelle imprese italiane, e nordestine in particolare, non grandissime ma in prima linea nella partita dell’innovazione e della crescita, il beneficio sarebbe bipartisan: per l’Elon Musk di turno, magari nato a Rettorgole, e per la quota parte di chi, attraverso il fondo, avesse deciso di scommetterci parte del proprio capitale. È ora di portare un po’ di mentalità americana anche nei piccoli risparmiatori del Belpaese, prima che l’inflazione si mangi tutta la torta. 

Marino Smiderle