L'uragano scatenato da Lagarde salva solo i titoli a breve

Non è stato tanto l’aumento dei tassi a deprimere i mercati, quanto il modo sciagurato usato per comunicare che saliranno ancora. Se Checco Zalone ci facesse un film, probabilmente ripeterebbe la scena con la domanda diventata nel tempo un tormentone: «Ma è del mestiere questa?». 
Per chi non lo avesse capito, «questa» è Christine Lagarde, presidente della Bce, che giovedì scorso prima ha tenuto testa ai “falchi” del proprio board che avrebbero preteso un rialzo dello 0,75 per cento optando per un più “morbido”, si fa per dire, +0,50 per cento, e poi ha fatto la frittata dichiarando in pubblico che ce ne saranno ancora, oltre a quelli già previsti. Se si fosse “limitata” a procedere subito e ad accogliere le richieste dei falchi avrebbe fatto meno danni. Così facendo, invece, ha finito col disorientare i mercati e gli operatori, per non saper né leggere né scrivere, hanno cominciato a vendere provocando perdite sensibili tanto nel settore azionario, considerando l’incubo della recessione imminente, quanto in quello obbligazionario, travolto direttamente dalle prospettive certe di ulteriori aumenti dei tassi d’interesse.
Vista con l’ottica di chi deve decidere dove destinare i propri risparmi, la decisa indecisione di Lagarde non promette nulla di buono. Vale la pena ricordare che la stessa presidente della Bce, quando la Fed aveva iniziato ad alzare i tassi alle prime avvisaglie di inflazione, si era detta certa che in Europa si trattasse di una perturbazione passeggera e che non ci sarebbe stato bisogno né di interrompere l’acquisto di titoli, né tanto meno di rialzare i tassi. Abbiamo visto cosa è successo poi: l’esatto contrario di quanto aveva “previsto” Lagarde. Comunque sia, in questo caso la miglior difesa non è l’attacco: piuttosto che rischiare quasi al buio su un settore azionario al momento privo di bussola attendibile, tanto vale “approfittare” delle opportunità che si sono create sui titoli obbligazionari a breve termine e portare a casa i rialzi di rendimento provocati dagli annunci.
Un altro ragionamento che si può fare in questa bufera comunicativa da Francoforte riguarda le banche. Dopo anni di tassi negativi è innegabile che, almeno quanto a margini, gli istituti di credito stiano producendo risultati molto interessanti. Tra l’altro, mentre si adattano velocemente al momento di alzare i tassi alla clientela che chiede un prestito, non sono così veloci a riconoscere un medesimo riconoscimento a chi invece i soldi li deposita. Certo, sono tornati i conti vincolati ma la differenza di “prezzo” tra impieghi e raccolta resta molto a favore di chi gestisce i forzieri. Non è un caso se nel 2023 i titoli italiani in qualche modo legati al credito prevedono di staccare dividendi tra i 7 e gli 8 miliardi di euro, con un rendimento atteso, sulla base di questi prezzi di Borsa, superiore al 10 per cento. Se proprio si volesse rischiare qualcosa sull’azionario, dunque, il comparto bancario dovrebbe essere quello in grado di beneficiare maggiormente di questo contesto di innalzamento dei tassi d’interesse. Fermo restando, però, l’incubo di un “divieto” di erogare dividendi da parte, guarda un po’, della Bce, peraltro già sperimentato durante il periodo dei lockdown da Covid. Insomma, Lagarde potrebbe metterci lo zampino anche qui. Speriamo che il Natale porti consiglio. 

 

Marino Smiderle

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