L'inflazione e la guerra spingono ai massimi i tassi d'interesse

La guerra in Ucraina, il lockdown in diverse metropoli cinesi e l’inflazione cattiva (in parte conseguenza delle prime due tempeste perfette) mettono all’angolo i vertici delle banche centrali. Il presidente della Federal reserve Jerome Powell, durante un dibattito nelle riunioni del Fondo monetario internazionale a Washington, ha di fatto anticipato un rialzo dello 0,5 per cento dei tassi d’interesse a maggio, lasciando intendere che sarà il primo di una piuttosto lunga serie. Nelle sale operative i trader si sono allacciati le cinture e, per non saper né leggere né scrivere, hanno iniziato a vendere. Non solo obbligazioni, fenomeno in corso da diversi mesi, ma anche azioni: nell’aria cominciano ad avvertire le avvisaglie inconfondibili della recessione.
Non è tanto l’annuncio di Powell a preoccupare gli investitori: negli Stati Uniti l’inflazione, arrivata a quota 8,5 per cento, è da tempo nel mirino della banca centrale americana e i progressivi futuri aumenti del tasso di riferimento sono già stati digeriti dal mercato, per quanto a le dichiarazioni del presidente “falco” della Federal reserve di Saint Louis, James Bullard, relative a un possibile rialzo dei tassi di 75 punti base con un l’obiettivo di arrivare al 3,5% entro fine anno, abbiano contribuito ad alimentare le tensioni nei listini. Il punto è che anche Christine Lagarde, guida della Bce fino a poco tempo sostenitrice di una valutazione temporanea dell’inflazione, ha cambiato registro e si è unita al collega dicendo che si sta andando verso rialzi dei tassi anticipati del costo del denaro «consistenti e più rapidi». 
Se fino a oggi era stato il comparto dell’obbligazionario a pagare il dazio più elevato per questa congiuntura finanziaria impostata su strette progressive (all’aumento dei tassi corrisponde un calo delle quotazioni dei bond, è matematica), d’ora in avanti saranno anche i listini azionari a rischiare qualche batosta. La parola che spaventa gli operatori è stagflazione, vale a dire l’abbraccio mortale tra inflazione e stagnazione economica. Di fronte a questa prospettiva, resa tremendamente possibile a causa del conflitto in corso in Ucraina e delle chiusure rigide per Covid imposte in Cina, le scelte d’investimento sono tornate complicate, al punto che il rialzo messo a segno dalle Borse dopo i minimi dell’anno raggiunti a marzo dopo i primi 10 giorni di guerra, ora pare avere innestato la retromarcia. 
È anche vero che siamo davanti a una prospettiva fluida. Non sappiamo se, quando e come la guerra finirà, non sappiamo se e come la Cina saprà gestire la fiammata di Covid e non sappiamo se le previsioni di crescita, continuamente riviste, siano attendibili. Sono i motivi più che comprensibili che hanno spinto diversi risparmiatori a fare catenaccio e a puntare su beni rifugio o su immobili, notoriamente argini validi per contenere l’esondazione inflattiva. È anche vero, però, che l’esame della volatilità della Borsa di questo ultimo mese, unita alla buona stagione dei dividendi, induce a valutare qualche incursione a piazza Affari sulla debolezza (momentanea?) su titoli che fino a ieri l’altro andavano per la maggiore. Alcune banche che hanno perso tra il 20 e il 30 per cento del valore durante la guerra potrebbero autorizzare qualche rischio. Adelante, con juicio. 

Marino Smiderle