L'inflazione "costringe" a togliere 1.400 miliardi dai conti

Che le cose stiano cambiando lo si capisce dai bilanci delle banche. Alla faccia di pandemie e guerre, dopo anni di margini di interesse ridotti al lumicino ora il core business degli istituti di credito sta tornando a rivedere la luce. Per un motivo piuttosto semplice: l’era dei tassi negativi è finita e al suo posto, trascinata dall’inflazione e dalla conseguente politica monetaria restrittiva di Fed e Bce, sta riguadagnando posizione l’era della normalità. Quella, cioè, in cui chi presta soldi riceve una remunerazione. E siccome il mestiere delle banche è quello di prestar soldi, se aumentano i tassi d’interesse aumentano anche i ricavi degli istituti di credito.
Il passo successivo di questo ragionamento dovrebbero farlo i risparmiatori che in tutti questi anni hanno gonfiati i conti correnti fino a farli diventare il punto d’approdo preferito, anche se non remunerato, dei propri capitali. Dal momento che le banche sono leste ad aumentare i tassi ai clienti che chiedono soldi in prestito ma non sono così pronte a riconoscere un interesse più alto a chi i soldi li lascia parcheggiati in conto, la lezione che ciascuno dovrebbe trarre è che bisogna uscire rapidamente dal parcheggio. Pena una svalutazione matematica e immediata delle disponibilità liquide di ciascuno. I soldi in conto producono una perdita secca pari al tasso annuale dell’inflazione che l’ultima rilevazione dell’Istat ha misurato a quota 11,9 per cento.
Alla fine del 2021 la ricchezza finanziaria degli italiani era pari a 5.200 miliardi di euro (dati Bankitalia), di cui oltre 1.400 “abbandonati” in conti e depositi a vista, 1.200 investiti in azioni e altri 1.200 affidati ad assicurazioni, fondi pensione e tfr, con obbligazioni (233 miliardi) e fondi comuni (poco meno di 800 milioni) in coda alla classifica. Non c’è dubbio che la propensione al risparmio degli italiani sia rimasta elevata ma non c’è dubbio neanche che occorre cambiare strategia al più presto. Nell’interesse dei singoli, che altrimenti rischiano di vedere evaporare alla velocità dell’inflazione le proprie disponibilità lasciate a poltrire in conto, e se vogliamo nell’interesse del Paese, che potrebbe giovarsi di una destinazione produttiva del risparmio dei cittadini. Questa coincidenza di interessi dovrebbe indurre tutte le parti in causa a optare per una svolta strategica di proporzioni epocali.
Quello che non è semplicissimo, però, è scegliere da che parte andare. Per chi non vuole rischiare, ad esempio, la sottoscrizione del prossimo Btp legato all’inflazione, in emissione dal prossimo 14 novembre, potrebbe rivelarsi un approdo ragionevolmente interessante. E comunque più produttivo della liquidità passiva in conto. Per chi ha un orizzonte d’investimento ancora più lungo ed è disposto ad assumersi una dose di rischio, il risparmio gestito offre diverse tipologie di fondi comuni (dall’azionario spinto al bilanciato fino all’obbligazionario e al monetario) in grado di imprimere un’accelerazione ai rendimenti nel medio periodo. Le opzioni sono moltissime e ciascuno potrà fare da sé o affidarsi al promotore di riferimento, a seconda delle competenze. Quello che è certo è che gli italiani devono smuovere quei 1.400 miliardi dai conti correnti. Al più presto. 


Marino Smiderle