Il calvario dei bond "abbattuti" dal rialzo dei tassi d'interesse

Sale lo spread, salgono i tassi, scende il prezzo delle obbligazioni. E siamo solo all’inizio. La sensazione è che nei prossimi anni, checché ne dicano coloro che dipingono l’inflazione attuale come passeggera, per le quotazioni dei bond non sarà una passeggiata di salute.
Uno può anche ostentare stoica indifferenza, convinto di non avere nulla a che fare con il mercato obbligazionario. Molto probabilmente non sa che buona parte dei propri contributi destinati alla pensione sono investiti in fondi che comprano e vendono titoli di questo tipo, considerato peraltro il profilo di rischio meno elevato. Eppure in tutti questi anni di tassi calanti fino al di sotto dello zero, l’effetto matematico è stato quello di mandare alle stelle la quotazione dei bond: più scendono i tassi, più aumenta il valore del titolo. Quindi, mettiamo che uno abbia il tesoretto del fondo investito in bond: l’effetto di un calo dei tassi è quello di amplificarne il valore, ma quando i tassi salgono il valore scende. Questo per dire che, volenti o nolenti, tutti subiamo l’effetto poco simpatico della congiuntura finanziaria e monetaria.
Guardando alla bufera che ha iniziato a devastare le quotazioni dei listini, la prima cosa che salta agli occhi è la differenza di trattamento tra titoli cosiddetti investment grade (titoli di stato e obbligazioni societarie con rating elevato) e quelli cosiddetti junk, o spazzatura. Sono stati soprattutto i primi a prendere batoste memorabili, mentre i secondi, pure colpiti, hanno, come dire, contenuto le perdite. Di fatto si tratta di un effetto “ottico” o se preferite matematico: negli ultimi anni il Tesoro ha approfittato dei tassi negativi per allungare la scadenza del debito e ridurre le cedole, ergo, quando i tassi scendono l’effetto viene incorporato quasi tutto sul valore del titolo. Per i junk bond, invece, la scadenza è di solito inferiore e la cedola superiore, ergo l’effetto della diminuzione dei tassi sul valore del titolo è inferiore. Ma la sostanza è la stessa.
Il caso dei Btp Futura, portati sul mercato dallo Stato e un po’ furbescamente rivolti al «piccolo risparmiatore», aiuta a capire con dei numeri quello che è successo. L’ultima emissione fa aveva una scadenza di 12 anni ed è finita nel portafoglio di migliaia di piccoli risparmiatori alla disperata ricerca di un investimento “sicuro” che offrisse un rendimento accettabile: a distanza di quattro mesi se qualcuno avesse sottoscritto 10 mila euro di quei titoli e volesse venderli adesso, perderebbe quasi mille euro. Moltiplicate questo tornado per i patrimoni obbligazionari dei fondi, e avete un’idea più chiara dell’effetto dirompente di questo fenomeno destinato peraltro ad amplificarsi con l’intenzione dichiarata delle banche centrali di aumentare ancora i tassi di riferimento per contrastare l’inflazione dilagante. 
Banche Detto che i tassi negativi erano una droga artificiale e detto che i prossimi titoli a tasso “normale” aiuteranno i risparmiatori a trovare la bussola, sono le banche quelle che, a lungo andare, beneficeranno maggiormente di questa risalita dei tassi: siccome il loro mestiere è prestare denaro, logico attendersi un beneficio per i bilanci, nonostante la diminuzione del valore dei titoli di stato in portafoglio. La Borsa, infatti, le sta già premiando.

Marino Smiderle