I 745 miliardari che gli Usa vorrebbero tassare "copiando" (in parte) l'Italia

«No taxation without representation». Durante la rivoluzione americana, siamo nella seconda metà del 700, le 13 colonie esprimevano con questo slogan il malcontento nei confronti del Regno di Gran Bretagna che esigeva nei confronti dei sudditi d’oltre Atlantico le imposte d’ordinanza. «Nessuna tassazione senza rappresentanza», replicavano i “ribelli” che non si ritenevano affatto rappresentati dalla Corona britannica. In questi giorni è in atto un altro dibattito fiscale molto acceso, che potrebbe riassumersi in un più popolare/populista «Tassiamo di più i 700 miliardari».
Il punto di partenza è il programma ambizioso di Joe Biden, l’agenda «Build Back Better» da duemila miliardi di dollari da spendere nel prossimo decennio. Da qualche parte questi soldi bisogna tirarli fuori e dal momento che, per fare un esempio, dal 2018 al 2020 Amazon, il colosso fondato da Jeff Bezos, ha pagato una imposta effettiva sul reddito pari al 4,3 per cento, come ha ricordato The Economist, è perfino logico che nel mirino dei legislatori siano finiti i 700 miliardari (per la precisione sono 745, secondo le ultime rilevazioni) finora trattati con i guanti bianchi dal fisco americano.
Piccola premessa: a differenza della mentalità italiana, che guarda ai ricchi con sospetto, quella americana li celebra con ammirazione. Perché, in teoria, gli Stati Uniti sono il Paese che dà a tutti l’opportunità di farcela. E chi ce la fa è bravo, non furbo. Detto questo, quando Jeff Bezos arriva ad ammonticchiare quasi 200 miliardi di dollari di patrimonio, è logico che gli si chieda qualche sacrificio in più per la comunità. Ma Bezos non è l’unico e il club è andato ingrandendosi: i miliardari erano 66 nel 1990, 614 nel marzo del 2020 e, appunto, sono diventati 745 oggi, per un patrimonio complessivo pari a cinquemila miliardi di dollari, superiore al prodotto interno lordo della Germania. 
Ci sta dunque che questi signori, geniali e onesti (non sono evasori fiscali, sfruttano solo della legislazione americana che, peraltro, prevede la galera per chi fa il furbo con la dichiarazione dei redditi), paghino qualche dollaro in più per la collettività. Ma un conto sono le imposte sul reddito, un altro conto sono quelle che si paventano sui patrimoni. Elon Musk, un altro che viaggia a livelli patrimoniali siderali (136,2 miliardi di dollari, secondo le ultime stime), ha avvertito il popolo americano: «Alla fine - ha twittato - quando avranno finito i soldi verranno in cerca dei vostri». Il New York Times ha calcolato che l’inventore della Tesla potrebbe spendere un milione di dollari per i prossimi centomila anni e ancora mantenere un patrimonio a un livello superiori rispetto a quello di Bill Gates. 
Gli imprenditori italiani non hanno di questi problemi. Qui il fisco bastona a prescindere, tanto da rendere “attraente” il rischio di evadere visto che le punizioni sono molto più leggere di quelle previste negli Usa. Ma a giudicare dalla voragine dei conti pubblici e dal livello dei servizi, l’esosità del fisco non ha prodotto gli effetti sperati. Anche se la tassazione ha la rappresentanza in regola, o quasi, l’economia viaggia sempre con il freno (delle tasse e della burocrazia) tirato. Un bel mix aiuterebbe.    

Marino Smiderle