Dotti, medici e sapienti riuniti davanti al capezzale dell'economia mondiale

I soldi iniettati delle banche centrali nelle vene asfittiche delle economie martoriate dal Covid dovevano servire ad alzare la pressione della circolazione monetaria. Il tutto dopo anni di Quantitative easing che hanno avuto l’effetto di abbattere i tassi d’interesse al di sotto dello zero senza però contagiare sufficientemente la propensione all’investimento delle imprese. Di fatto il risultato non era stato molto confortante in materia di ripresa: tassi sottozero e inflazione inesistente. Una sorta di contraddizione delle regole di economia classica che predicono un aumento del livello dei prezzi in caso di inondazione di liquidità nel sistema. Serviva, per usare un ossimoro, un po’ di inflazione buona, quella cioè capace di innescare la ripresa reale senza però scatenare un incendio monetario.
Ecco, ci siamo. Negli Stati Uniti a luglio l’inflazione ha segnato un livello del 4,2 per cento: per rivedere un tasso simile occorre andare indietro di trent’anni. Anche nella zona euro i motori dei prezzi si stanno scaldando, con un +3 per cento che va ben oltre il limite-obiettivo del 2 per cento fissato dalla Bce. Le conseguenze positive di questa fiammata dei prezzi si vedono sulla ripresa economica che sta caratterizzando soprattutto gli Stati Uniti ma che anche in Europa comincia a vedersi chiara, anche se in Italia, per dire, non siamo ancora arrivati ai livelli pre-pandemici del 2019. In ogni caso, di fronte a questi primi effetti combinati della politica monetaria, c’è già chi pensa a come iniziare a chiudere i rubinetti di Fed e Bce. A partire, ovviamente, dai falchi tedeschi che quei rubinetti non avrebbero mai voluto aprirli e che quando Mario Draghi pronunciò il famoso «Whatever it takes» vennero presi da un mancamento.
Il loro ragionamento è lineare: ora che la miccia dell’inflazione si è accesa ed è arrivata a innescare la ripresa economica (si spera in modo duraturo), conviene raffreddare un pochino il motore iniziando ad alzare i tassi d’interesse, che peraltro non sono mai stati così bassi per così tanto tempo nella storia. Questo potrebbe essere un primo assaggio di normalità per quei risparmiatori prudenti che da anni hanno abbandonato il sentiero “sicuro” dei titoli di stato perché, anziché offrire un rendimento, lo pretendevano da chi li sottoscriveva. Ma, e questo è il tema vero, potrebbe anche soffocare la crescita ancora in culla e provocare una recessione di cui proprio non si avverte l’esigenza. Morale della favola, attorno al capezzale di un paziente, l’economia mondiale, che sta recependo i primi effetti della cura da cavallo si aggirano «dotti, medici e sapienti per parlare, giudicare, valutare e provvedere». Forse la ricetta corretta sarebbe quella di ridurre gradatamente le dosi di farmaco monetario per garantire la guarigione definitiva. Peccato che nessuno sia d’accordo su come, quando e quanto agire sulle dosi. Nell’attesa, speriamo che il paziente trovi la forza di alzarsi e scappare, in barba ai dotti, medici e sapienti.  

Marino Smiderle

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