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Venti di guerra, "amici" e "nemici": non è il tempo delle ambiguità

di Marco Scorzato
marco.scorzato@ilgiornaledivicenza.it
L'abbraccio in parlamento tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Foto ANSA)
L'abbraccio in parlamento tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Foto ANSA)
L'abbraccio in parlamento tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Foto ANSA)
L'abbraccio in parlamento tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Foto ANSA)

La foto dell'abbraccio in parlamento tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini è stata superata in “audience” solo dalla foto della premier con la testa ritirata dentro la giacca, come una tartaruga, finita in prima pagina anche sul Wall Street Journal. Ma c'è poco da sorridere, perché l'aula stava discutendo di guerra in Ucraina, della minaccia russa all'Europa, di difesa nazionale ed europea.

La Storia si sta svolgendo sotto i nostri occhi assopiti dai riti della quotidianità di un'Italia che di difesa non ha più dovuto occuparsi da quando ci pensano gli Usa. Quelle effusioni tra Meloni e Salvini, rivendicazione plateale di compattezza contro gli attacchi delle opposizioni, stridono però con la linea dei due partiti in sede internazionale e in vista delle elezioni europee su temi diventati dirimenti: il filoatlantismo meloniano cozza contro gli ammiccamenti a Putin dell'alleato leghista, non ultime le parole con cui Salvini ha salutato la rielezione dello zar («Il popolo che vota ha sempre ragione»), nonostante tre quarti d'Europa, compresi i moderati del Partito popolare europeo, hanno dichiarato il voto di Mosca «non libero». Siccome il vulnus sta nella destra di governo basterebbe che la destra ripescasse un intellettuale di riferimento, il tedesco Carl Schmitt. Nella sua teoria, l'uomo politico agisce, e si misura, nella logica “amico-nemico”. Con questi venti di guerra, è necessario che si dica con chiarezza chi sono i nostri amici e chi sono i nostri nemici, fuori da ogni ambiguità. Non per farci la guerra, ai nemici, ma per non fargli alcun favore che possa tornare indietro come un boomerang e per rinsaldare il fronte interno.

Vale anche per gli “amici” europei della destra come Victor Orbàn, il leader ungherese che sta nel gruppo europeo di Meloni ma che su Putin la pensa come Salvini: Orbàn si è congratulato con lo zar rieletto, imbarazzando l'intero Consiglio europeo riunito giovedì proprio per decidere come fronteggiare la minaccia russa. A proposito: sui bond per la difesa di Kiev i 27 Stati membri sono in stallo, ma non c'è tempo da perdere. Anche perché rimbalzano notizie preoccupanti sugli scenari futuri. Josep Borrell, capo della diplomazia europea, dice che la Russia è una minaccia per attività di hackeraggio ai sistemi politici, economici e sanitari dell'Ue, ma che «la guerra non è imminente»; e non si sa se sospirare per quel «non imminente» o se tremare già alla parola «guerra». Intanto, rapporti recenti degli 007 di vari Paesi dell'Ue segnalano che «la Russia si sta preparando a una guerra lunga con l'Occidente» e che l'attacco potrebbe partire da nord, dalla Finlandia. Sempre i servizi segreti, in quel caso americani, a fine 2021 davano per possibile - e poi probabile - l'attacco russo all'Ucraina, previsioni che certi giornali e certi analisti definivano panzane fino al giorno prima che i carri armati russi marciassero su Kiev il 24 febbraio 2022.

Oggi previsioni negative si rinnovano, e ci auguriamo che non siano confermate dai fatti. Ma nell'eventualità che si profili il peggio, l'Europa deve stare guardinga e possibilmente molto compatta. E i leader, per essere tali, abbandonare ogni ambiguità.
 

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