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Un'Europa più unita al tavolo globale. La lezione di Draghi e di "Mr Renault"

di Marco Scorzato
marco.scorzato@ilgiornaledivicenza.it
Una riunione del G7 del 2022, con Mario Draghi premier italiano
Una riunione del G7 del 2022, con Mario Draghi premier italiano
Una riunione del G7 del 2022, con Mario Draghi premier italiano
Una riunione del G7 del 2022, con Mario Draghi premier italiano

Mario Draghi, Enrico Letta, Luca De Meo. Tre italiani, tre competenze diverse accomunate da un’idea europea dello sviluppo delle nazioni. Si dibatte, in questa lunga vigilia elettorale, sul futuro dell’Europa. Un progetto già mastodontico, eppure incompleto. C’è chi vorrebbe ingranare la retromarcia, in qualche forma di neonazionalismo politico ed economico; e chi invece vorrebbe percorrere l’ultimo miglio, ritenendo una maggiore integrazione l’unica medicina per i malanni odierni. Se da un lato, e i sondaggi lo rilevano, il vento sovranista soffia nelle vele delle paure e delle incertezze degli europei, dall’altro lato gli stessi sondaggi (uno lo abbiamo pubblicato il 25 marzo ne “La bussola europea”) dicono che quel vento non sarebbe maggioritario. La pandemia da Covid e la guerra della Russia in Ucraina hanno cambiato la percezione di molte persone, rendendo più chiaro come la dimensione dei problemi sia sempre più sovranazionale. Anche le risposte dell’Europa alle due minacce hanno evidenziato l’efficacia di azioni su scala continentale, dai vaccini al Recovery Fund da 200 miliardi solo all’Italia, fino alla politica energetica che ha rotto la dipendenza dal gas russo. Specularmente, anche i limiti degli Stati europei - difficoltà ad attrarre investimenti ad alto valore aggiunto, dai chip alle batterie, ma anche a contrastare l’immigrazione irregolare - derivano dalla frammentazione delle politiche industriali e fiscali, e di quelle migratorie, che persistono tra i 27 Stati membri. Non è un caso che oggi quasi nessuna forza politica invochi più l’uscita dall’euro, e semmai c’è da chiedersi come e dove staremmo oggi se avessimo ascoltato quelle sirene pochi anni fa. Tutto bene, dunque? No. Quello che l’Europa non può fare è restare ferma dov’è. Lo sostiene tra gli altri l’ex premier Mario Draghi, incaricato dalla Commissione europea di elaborare un piano per la competitività dell’industria Ue, per tenere testa a Stati Uniti e Cina. E lo ripete un altro ex premier, Enrico Letta, presidente dell’Istituto Delors, che a giorni presenterà la proposta di riforma del mercato unico, su incarico ricevuto dal Consiglio europeo, cioè dai governi dei 27. Secondo anticipazioni, il rapporto proporrà di agire su quattro pilastri - energia, telecomunicazioni, finanza e difesa - e di superare l’attuale frammentazione generata da 27 regimi fiscali e 27 diritti commerciali che sono un ostacolo soprattutto per le imprese medio-piccole, meno strutturate. L’integrazione fiscale è stata di recente invocata anche da Laura Dalla Vecchia, presidente di Confindustria Vicenza. Non fa il politico bensì il manager Luca De Meo, e lo fa ad altissimo livello. Presidente e amministratore delegato di Renault, anche lui ha una visione europea del futuro, nel suo caso del settore automobilistico. De Meo è tra i sostenitori della necessità di creare un consorzio europeo dell’auto, simile a quello di Airbus nell’aeronautica, che dovrebbe unire Renault, Volkswagen e Stellantis, i colossi cui fanno capo molte case automobilistiche che tutti conoscono ma che di fronte a colossi maggiori, statunitensi e asiatici, rischiano di perdere i treni dell’innovazione e quindi del mercato. Convergenza e integrazione sono parole che accomunano la visione di De Meo a quella dei politici sopra citati, tutti consci del fatto che al tavolo globale non siedono nani ma giganti, dagli Usa alla Cina, ma anche India e Brasile. Anche gli europei, se uniti, possono stare a quel tavolo.

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