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Polonia europeista: ora Meloni è al bivio tra Salvini e il Ppe

di Marco Scorzato
marco.scorzato@ilgiornaledivicenza.it
Giorgia Meloni e Mateusz Morawiecki, presidente polacco uscente sconfitto alle urne
Giorgia Meloni e Mateusz Morawiecki, presidente polacco uscente sconfitto alle urne
Giorgia Meloni e Mateusz Morawiecki, presidente polacco uscente sconfitto alle urne
Giorgia Meloni e Mateusz Morawiecki, presidente polacco uscente sconfitto alle urne

Contrordine: l’Europa non va più a destra. Cambiano in fretta - e in continuazione - i venti politici nei Paesi dell’Ue. A inizio anno i partiti conservatori vincevano in Svezia e Finlandia, aprendo scenari ora riscritti dalle ultime urne: prima la battuta d’arresto in Spagna, poi quella in Slovacchia (ma quello è un caso del tutto anomalo), e ora quella sonante in Polonia. C’era grande interesse per il voto polacco e dai seggi è uscita una svolta europeista. Inattesa. E foriera di conseguenze potenzialmente rilevanti.

La svolta europeista della Polonia

Il presidente uscente, Mateusz Morawiecki, del partito conservatore Diritto e Giustizia (Pis), non riuscirà a formare il suo terzo governo consecutivo. Ha preso la maggioranza relativa, 34%, ma è il voto peggiore dal 2011. E soprattutto soccombe di fronte all’alleanza con centristi e socialdemocratici: in particolare, le urne hanno decretato la vittoria di Donald Tusk e della sua Piattaforma civica (30,7%). Ex premier polacco (2007-14), ex presidente del Consiglio europeo ed ex capo del Partito popolare europeo, Tusk è tornato sulla scena nazionale per riportare la Polonia nei binari europei. Grazie agli alleati, il centro di Terza Via (14,4%) e i socialdemocratici di Lewica (8,6%), ha i numeri per formare un governo. Restano da definire i tempi di insediamento, forse un paio di mesi, ma una cosa è chiara: l’antieuropeismo polacco si candida a essere superato.

Nove anni di guerra a Bruxelles

È una svolta pesante, e rilevante anche al di fuori dei confini polacchi. Perché quello che è successo negli ultimi anni tra Polonia e Ue non è esagerato definirlo uno scontro strisciante politicamente drammatico. In asse con l’Ungheria di Victor Orbàn, la Varsavia di Morawiecki e Kaczynski ha ingaggiato una lotta continua con Bruxelles. La più evidente e mediatica è stata quella sui migranti, con una netta contrarietà a priori su tutti i dossier del Patto migrazione e asilo, e ne sa qualcosa l’Italia che si è vista negare meccanismi solidali di ricollocamento e riforma del regolamento di Dublino. La guerra più grave è stata però quella sullo Stato di diritto: da un lato, con le discriminazioni verso la comunità Lgbtq+, dall’altro con la messa in discussione dell’autonomia del potere giudiziario; ma soprattutto con il disconoscimento del primato del diritto europeo sul diritto nazionale, uno dei pilastri del funzionamento dell’Unione: un attacco diretto alle “regole del gioco europeo”, un colpo alle sue fondamenta giuridiche, che non ha lasciato inerte la Commissione - che, anzi, ha avviato una proceduta di infrazione - né la Corte di giustizia europea, che ha condannato la Polonia a pagare un milione di euro al giorno di multa; e il conto ha già superato il mezzo miliardo.

E ora che fa Giorgia Meloni?

Già questo scenario basta, da solo, a giustificare la rilevanza europea del voto in Polonia (il più grande e popoloso tra i Paesi entrati in Ue nel nuovo secolo). Ma c’è di più. Le urne polacche riversano uno “sciame sismico” in molti Stati membri e in tutto quel mondo politico che va dal centro popolare alla destra conservatrice, dai democristiani tedeschi ai Fratelli d’Italia. Un mondo che non sa ancora se - e come - si “piglierà”. La vittoria di Tusk ha incassato il plauso entusiasta di Manfred Weber, capogruppo del Ppe (oltre che quello dei Socialisti e democratici e dei liberali di Renew); allo stesso tempo, la sconfitta di Morawiecki è un indebolimento dei conservatori europei, gruppo di cui il Pis è un membro importante accanto a Fratelli d’Italia. L’esito delle urne polacche interpella quindi anche Giorgia Meloni e il destino che vorrà imprimere al suo “stare in Europa”. C’è chi scommette che, tolto il Pis che era l’ostacolo numero uno, sia più agevole un patto tra Ppe e conservatori per le Europee di giugno (per rivedere la maggioranza storica tra Ppe, Socialisti e Liberali) e di smarcarsi così dalla Lega di Salvini. Ma sarebbe un patto con radici ben più al centro che a destra.

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