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Le "vacanze separate" della destra italiana in Europa

di Marco Scorzato
marco.scorzato@ilgiornaledivicenza.it
L'aula del Parlamento europeo a Strasburgo
L'aula del Parlamento europeo a Strasburgo
L'aula del Parlamento europeo a Strasburgo
L'aula del Parlamento europeo a Strasburgo

Non c’è giorno in cui l’Unione europea non sia bersagliata dalle critiche delle forze di governo italiane. Economia, migrazioni, ambiente, guerra, energia, diritti. L’Ue come capro espiatorio, come “matrigna”, è un classico della narrazione politica acchiappa consensi. Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia: ogni partito ha i suoi cavalli di battaglia e batte su quelli. E però sono cavalli che corrono in ordine sparso, raramente si incontrano. Non solo nelle dichiarazioni - e si sa, verba volant - ma anche nei fatti concreti. Il più concreto dei fatti, in politica, è la collocazione parlamentare. Trovare il centrodestra o destracentro italiano - che oggi è maggioranza di governo - in seno al Parlamento europeo è una missione impossibile. Cioè i singoli partiti ci sono con le loro truppe di eurodeputati, ma ciascuno è in un gruppo diverso. Non solo: c’è chi sta nella maggioranza e chi all’opposizione, in due opposizioni diverse. La “maggioranza Ursula” conta al suo interno Forza Italia, da sempre membro del Partito popolare europeo, il centrodestra moderato. All’opposizione gli italiani si sdoppiano: i meloniani di Fratelli d’Italia stanno nel gruppo dei Conservatori a destra del Ppe; la Lega di Salvini sta con l’ultradestra euroscettica nel gruppo Identità e democrazia, con la Le Pen.

Partiti divisi

E in vista delle prossime Europee non ci sono segnali di riposizionamenti, anzi: ogni partito resta a “casa sua”, e l’unica variabile sta nell’epilogo ancora incerto del flirt tra Ppe e Conservatori, che per ora non ha portato alle nozze. Il centrodestra italiano, da anni, sembra contagiato dalla sindrome delle "vacanze separate". Che è un doppio problema: primo, perché l’Europa non è un luogo di vacanza politica, anche se per decenni gli italiani di tutti gli schieramenti l’hanno considerata tale, mandandoci a svernare i trombati delle elezioni nazionali; anzi, è lo snodo di ogni macro-decisione che influenza e determina e circoscrive il campo alle possibili politiche nazionali. Secondo, perché se in politica ti separi non conti, o conti meno, e lo capisce chiunque. C’è da ritenere che lo capiscano anche nelle segreterie dei partiti, visto che quando si tratta di elezioni nazionali a destra sono campioni di compattezza. E allora perché FdI, Lega e FI si dividono allegramente a Bruxelles? Perché, a nove mesi dalle urne europee 2024 - le prime negli ultimi 10 anni alle quali il centrodestra italiano si affaccia da alleanza di governo - non riesce a trovare una quadra su scala continentale? Delle due, l’una: o la coesione romana è di facciata o stimolata dalla legge elettorale e dal collante del potere (se vinci le elezioni hai più seggi parlamentari e siedi al governo); oppure di essere centrali in Ue non interessa molto, pensando piuttosto a vivere il voto europeo come gara interna, anche tra alleati.

Il rebus del Commissario

C’è un corollario a tutto questo: al governo Meloni, se tra nove mesi sarà ancora in carica, toccherà nominare il commissario europeo che spetta all’Italia, uno su 27. E a quel punto che succederà? A chi andrà l’incarico? A un fratello d’Italia, a un leghista (Luca Zaia?) o a un forzista? Probabile che l’esito del voto conti su questa decisione. Ma in che rapporti reciproci ci arriveranno i tre azionisti della maggioranza se fin d’ora fanno a sportellate per contendersi i voti?

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