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La farsa sui balneari. Rendite italiche all'ultima spiaggia

di Marco Scorzato
marco.scorzato@ilgiornaledivicenza.it
Prosegue l'inerzia dell'Italia sulle concessioni balneari
Prosegue l'inerzia dell'Italia sulle concessioni balneari
Prosegue l'inerzia dell'Italia sulle concessioni balneari
Prosegue l'inerzia dell'Italia sulle concessioni balneari

L’Italia è un paese fondato sulle concessioni balneari, inamovibili e intoccabili. Con buona pace della libera fruizione dei litorali, della concorrenza economica che è il presupposto di un mercato sano, e del portafoglio dei villeggianti che ogni estate pagano prezzi sempre più salati per servizi non sempre all’altezza, è l’ora di chiamare le cose con il loro nome e di correggere l’articolo 1 della Costituzione. Altro che “lavoro”: questa Repubblica è fondata sulla rendita dei signori delle spiagge. E come ogni rendita spesso è un affare di famiglia, con concessioni tramandate di padre in figlio e via così per decenni, a suon di rinnovi automatici e proroghe. L’Unione europea, che garantisce la libera concorrenza nel mercato unico, ha detto da tempo che così non va. Non può andare. Non esiste che, mentre tutte le imprese di tutti gli altri settori si fanno in quattro per stare sul mercato con regole di leale concorrenza uguali per tutte a livello europeo, quelle balneari italiane vivano in un microcosmo protetto, dove chi è dentro è dentro e chi vorrebbe entrare non può nemmeno pensare di farlo. Non esiste perché è una concezione medievale dell’economia.

La torta miliardaria

In ballo c’è il principio della concorrenza, peraltro nella gestione di un bene particolare, un bene demaniale, di tutti. Chi l’ha mangiata finora pensa di avere il diritto di non rimettere mai in gioco la torta delle spiagge italiane: la considera sua. Una super torta: Nomisma ha stimato un giro d’affari da 15 miliardi l’anno, un dato contestato dal “sindacato” dei balneari che sostiene sia al massimo di due miliardi, se depurato dall’indotto (hotel, campeggi). Inoppugnabile è invece il dato della Corte dei Conti che, nel 2020, ha registrato per lo Stato 92 milioni di euro di incassi da 12.166 concessioni a uso turistico. Basta il conto della serva per capire le ragioni delle resistenze.

I richiami Ue: rischio multe all'Italia

Da circa 15 anni sulle concessioni balneari va in scena un tiro alla fune tra Italia e Unione europea. Bruxelles ha più volte richiamato i governi italiani a mettersi in regola: la Commissione europea ha da tempo aperto una procedura di infrazione contro l’Italia e anche il Consiglio di Stato, massimo organo della giustizia amministrativa, ha stabilito con sentenza del 2021 la scadenza della validità delle concessioni al 31 dicembre 2023; dall’anno prossimo non saranno più valide, né lo saranno nuove proroghe «perché in contrasto con le norme dell’Ue». A fronte dell’inerzia del governo italiano, nei giorni scorsi la Commissione ha mosso un nuovo passo: ha inviato un parere motivato a Roma che formalizza l’ultima fase della procedura di infrazione. Non lo ha sbandierato, ma tant’è: un’ultima chiamata ad adempiere. Il rischio è di portare il Paese, cioè tutti gli italiani, a pagare multe salate per l’inottemperanza di una categoria che tanto ha avuto e sta avendo dallo Stato.

L'ultima scorciatoia

Roma, tuttavia, sembra fare orecchie da mercante. E rilancia. Il governo pensa ad una scappatoia, una norma da presentare entro fine anno, sostenendo che bisogna partire dal dato emerso dalla mappatura delle spiagge, cioè che il 67% del litorale italiano è libero da concessioni. L’ipotesi che circola in via non ufficiale è di uscire dal richiamo Ue mettendo a gara nuove spiagge, lasciando invariate le concessioni esistenti. Che il governo stesse sulle barricate delle rendite dei balneari era chiaro fin dal primo giorno, quando la premier Meloni ha proposto al ministero del turismo Daniela Santanché, ex Miss Twiga, lo stabilimento esclusivo i cui ricavi di poche ore pagano un anno di concessione allo Stato. Ma il punto non è quanto pagano i balneari né quanto ampia sia la quota di spiagge libere. Il punto è che quel bene, il litorale demaniale, va messo a gara in un regime aperto di concorrenza per alzare la qualità dei servizi e contenere i prezzi. Perché in ballo c’è un altro bene collettivo: i diritti dei fruitori delle spiagge. Se non siamo nel medioevo.

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