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L'Ue di von der Leyen e l'assalto delle destre

di Marco Scorzato
marco.scorzato@ilgiornaledivicenza.it
Ursula von der Leye, presidente della Commissione europea, e Giorgia Meloni, presidente del Consiglio
Ursula von der Leye, presidente della Commissione europea, e Giorgia Meloni, presidente del Consiglio
Ursula von der Leye, presidente della Commissione europea, e Giorgia Meloni, presidente del Consiglio
Ursula von der Leye, presidente della Commissione europea, e Giorgia Meloni, presidente del Consiglio

Se qualcuno aveva dubbi sulla sua volontà di candidarsi a un “secondo giro” alla guida della Commissione europea, Ursula von der Leyen glieli ha tolti nel discorso sullo stato dell’Unione, mercoledì 13 settembre. Non solo ha messo in luce il percorso compiuto in oltre 4 anni di mandato, gli obiettivi raggiunti - dice - al 90 per cento nonostante due stravolgimenti epocali come la pandemia di covid e la guerra della Russia all’Ucraina, ma ha indicato una prevedibile (e auspicata da buona parte del mondo produttivo, anche in Italia) correzione di rotta per il Green Deal europeo, così da proseguire il cammino senza buttare il bambino con l’acqua sporca. L’acqua sporca è quella radicalità che aveva caratterizzato la prima fase del Green Deal, il piano europeo per la transizione economica e ambientale, un percorso ambizioso e lodevole, ma che rischiava di essere troppo oneroso per le imprese europee e di minarne la competitività sull’altare di obiettivi ambientali velleitari. Il bambino è la tenuta del sistema industriale continentale, anzi, il suo consolidamento per farne il più evoluto in tema di produzioni sostenibili.

Verso le elezioni europee

Lo spirito dunque non scema, nella fase due del Green Deal, ma qualcosa andava cambiato e cambierà: sia per le ragioni dell’economia - le abbiamo sintetizzate - sia per quelle della politica. E qualcosa è già cambiato, in effetti. Tra nove mesi si vota per le Europee e la campagna elettorale negli Stati membri è di fatto già iniziata, con schermaglie vive tra i partiti, anche alleati di governo come Lega e Fratelli d’Italia. Le dimissioni del socialdemocratico Frans Timmermans, padre del Green Deal, da commissario europeo avvenute un mese fa hanno rotto il muro dell’intransigenza sul Piano di transizione e hanno avuto anche un effetto simbolico, blandendo quella parte del Partito popolare europeo (che con S&D e liberali forma lo zoccolo duro della “maggioranza Ursula”) che per quasi un anno aveva manovrato per rompere l’attuale alleanza e spostare a destra il baricentro della prossima maggioranza europea, flirtando con il gruppo dei Conservatori (quello di FdI). Questa pista, percorsa dal capogruppo Ppe Manfred Weber, si è ora raffreddata: la spallata a von der Leyen non gli è riuscita (per ora), ma la presidente della Commissione ha dovuto comunque ammorbidire la linea, come sul Green Deal. È l’arte del compromesso: in Europa più che mai.

Meloni e Salvini, sfida a destra

Visto dall’Italia lo scenario politico europeo si fa complesso, di più per le forze di governo. Oggi FdI e Lega sono fuori dalla “maggioranza Ursula”, di cui fa parte invece Forza Italia, da sempre nel Ppe. Ma a destra è già guerra all’ultimo voto: se i meloniani stanno con i conservatori, i salviniani stanno nel gruppo ancora più a destra, e la chiamata di Le Pen a Pontida lo conferma. Ora Salvini spara a palle incatenate sul tema-migranti (colpendo volutamente anche Meloni) e la premier cammina sulle uova, al punto che in poche ore si ritrova a dare un colpo al centro e uno all’estrema destra: ovvero a felicitarsi per l’incarico che l’Ue dà a Mario Draghi (sulla competitività) e a difendere «Dio e famiglia» a fianco dell’ungherese Orbàn. E siamo solo a settembre. Ne vedremo delle belle.

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