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L'Europa senza difesa (propria): pacifismo astratto e militarismo da operetta

di Marco Scorzato
marco.scorzato@ilgiornaledivicenza.it
Il Caio Duilio, cacciatorpediniere lanciamissili della Marina Militare
Il Caio Duilio, cacciatorpediniere lanciamissili della Marina Militare
Il Caio Duilio, cacciatorpediniere lanciamissili della Marina Militare
Il Caio Duilio, cacciatorpediniere lanciamissili della Marina Militare

Il neo imperialismo russo da un lato, l’aria di isolazionismo Usa dall’altro: per l’Europa è l’ora di pensare a difendersi. Anche da sola. C’è da rompere un tabù nel Vecchio Continente, e in parte si sta rompendo: parlare di difesa militare non è una bestemmia, e la politica inizia a farlo. Non c’è da esserne felici, ma il quadro internazionale lo rende purtroppo necessario. E ci dice che, dalla fine della guerra fredda e fino a pochi mesi fa, abbiamo vissuto in un comodo limbo storico: abbiamo pensato che la sicurezza delle nostre comunità non fosse in pericolo e, nel caso, non avremmo dovuto occuparcene direttamente, avendo appaltato l’onere agli americani. Quel limbo - che invece altre latitudini del mondo non hanno mai conosciuto, lacerate da minacce o conflitti - è finito.

I rischi dell''Europa

È dura parlare di “difesa” nel continente devastato da due guerre mondiali. È dura perché la parola ne richiama un’altra, “guerra”. I due concetti però non vanno confusi tra loro, se si vuole essere seri e non ideologici. Se la Russia di Putin prosegue in quel disegno iniziato (ed esplicitato) nel 2008 - riprendere il controllo delle zone di influenza dell’ex Urss - e reso tragico dall’invasione dell’Ucraina, l’Europa tocca con mano la guerra sull’uscio di casa (dell’Urss facevano parte anche Lituania, Lettonia ed Estonia, ora membri convinti dell’Ue e spaventati dalle manovre russe). E se Donald Trump predica un disimpegno americano dalle questioni non americane, e minaccia di boicottare la Nato se tornasse presidente degli Usa, l’Europa vede uno spettro inedito: il venir meno di quell’ombrello di sicurezza che gli Usa sono sempre stati dal 1945 ad oggi. E anche se alle presidenziali di novembre vincesse Joe Biden, la sensazione di un progressivo allentamento della presenza militare Usa in Europa rimarrebbe un serio campanello d’allarme. Per questo il tema della difesa europea è entrato nell’agenda politica.

Pacifismo astratto e militarismo da operetta

Negli ultimi giorni i due principali gruppi del Parlamento europeo, nei loro manifesti in vista delle elezioni di giugno, toccano quel tema: i Socialisti in modo sfumato, i Popolari in modo più netto. Quella della difesa è una prova di maturità per l’Europa. Certo non è facile dire alle opinioni pubbliche che c’è da agire per la sicurezza, drenando da altre cause risorse sempre scarse. Non è facile in un contesto nel quale per anni si è saltato a piè pari l’argomento, o lo si è toccato in modo puerile. Va aperto un dialogo franco con chi ha sollecitato negli anni il ripristino della leva militare obbligatoria, rimarcando loro che quella non è (solo) una “palestra di vita” ma un mezzo per formare soldati, e che i soldati potrebbero davvero servire per la difesa armata della patria: in Germania si sta già discutendo della leva semi-obbligatoria. Va aperto, d’altra parte, un dialogo con la galassia pacifista, un pacifismo talvolta ideologico e astratto, che si ferma alla prima parte dell’articolo 11 della Costituzione - “L’Italia ripudia la guerra...” - ma non ne prosegue la lettura - “...come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli...”. Vale a dire: noi la guerra imperialista, per Costituzione, non la possiamo fare, ma se siamo attaccati abbiamo il diritto e il dovere di difenderci (o difendere gli alleati Nato). Non è l’elogio della guerra. Tutt’altro. È un invito a guardarsi allo specchio e a guardarsi attorno: il mondo ribolle. L’Europa sarà all’altezza della Storia se si doterà degli strumenti per percorrere con efficacia la via della diplomazia, attorno al paradigma dei diritti umani. Ma anche se saprà farsi trovare pronta al peggio.

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