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Il blog

Cade il velo dal calcio-business

di Marco Scorzato

Ai romantici del pallone sarà parsa una triste notizia: la Corte di giustizia dell'Unione europea ha "dato ragione" ai club della Superlega. E siccome la Superlega era nata nel 2021, con un blitz carbonaro, per creare un torneo europeo esclusivo per i club calcistici "Paperoni" del continente, con buona pace di tutte le altre squadre, allora la vittoria della Superlega in sede giudiziaria è una sciagura per il "calcio del popolo".

In realtà non è così, il motivo è semplice e la sentenza ha il merito di dirlo chiaramente: il calcio del popolo non esiste da molto tempo. E non esiste perché lo ha gestito e lo sta gestendo un monopolio privato che ha fatto quel che fanno i monopoli privati: business, indisturbati. Il merito della sentenza è di aver tolto il velo di ipocrisia con il quale Uefa e Fifa hanno mascherato il calcio-business per anni. Dice che l'Uefa esercita un abuso di posizione dominante e non può sanzionare altri soggetti che vogliano proporre tornei diversi. Uefa e Fifa sono organizzatori e regolatori allo stesso tempo, con un potere pari a quello di un governo: per il diritto europeo non va bene.

Chi grida allo scandalo che il calcio sia trattato come un qualunque settore economico non si accorge, o finge di non accorgersi, che lo è da molto tempo. Un passaggio della sentenza è eloquente: i tornei organizzati dai due padroni assoluti del calcio sono, con l'avvento dei diritti tv e la gestione della loro ricchissima torta, «quiet evidently economic activities», attività economiche abbastanza evidenti, dove il tono british dei giudici sottende: occorreva dirlo? Sì, nel calcio ipocrita spacciato per calcio del popolo occorreva dirlo. A scanso di equivoci, chi scrive resta un romantico del pallone, uno che si emoziona se il Leicester vince la Premier, uno che pensa che il Vicenza possa tornare in Serie A e sognare un giorno un posto per le Coppe.

Un romantico che per questo cova un'amara tristezza. Ma non da oggi in ragione della sentenza e del calcio che sarà; bensì da tanto tempo per il calcio che è e per l'ipocrisia che lo maschera. Il calcio del campionato spezzatino, con partite tutti i giorni a tutte le ore pur di vendere - lautamente - ogni singolo minuto televisivo di ogni singola partita; il calcio delle mille partite, perché tutti corrono all'ingrasso, e dei mille infortuni; della Champions League cui partecipa anche la quarta arrivata della Serie A ma non automaticamente la vincitrice del campionato ungherese; il calcio in cui il fair play finanziario - meccanismo ideato per sgonfiare la "bolla" del pallone - è servito a penalizzare le piccole squadre ma non a sanzionare i club degli sceicchi; il calcio in cui gli sceicchi, imparato in Europa come si gestisce il giocattolo, si fanno la Lega araba e con i petrodollari strappano i migliori campioni dall'Europa e si portano a casa anche i Mondiali del 2034.

Non è stata la Superlega - che non c'è - a portare il calcio nel pianeta degli affari. La Corte lo dice: sono state Uefa e Fifa. E se di business si parla, allora si sta alle regole - sane - del mercato e non a quelle dei privilegiati saliti per primi sul carro. Un mercato regolato è la dimensione in cui i fruitori - tifosi e telespettatori - dovrebbero avere i maggiore vantaggi: pagare di meno (oggi è un salasso), si spera, per vedere partite migliori in tornei migliori. Ma dov'è la meritocrazia del pallone? Che ne sarà dei tifosi delle squadre medio-piccole? Anche qui occorre fare chiarezza. Una Superlega chiusa, con squadre "a invito" come era stata concepita nel 2021 e respinta da tifosi e governi, era un progetto sbagliato che probabilmente mai esisterà. E non sarà un giudice a dirlo, ma il mercato.

E non lo dice chi scrive, ma i promotori di allora, che hanno già cambiato rotta e abbozzato un nuovo progetto con sistemi di promozione e retrocessione. Perché questa vicenda è stata una lezione per l'Uefa ma anche per i "club della Superlega", Real Madrid e Barcellona (e "vecchia" Juventus).Cosa sarà del calcio di domani? Non si sa. Nessuno lo sa: c'è una "partita" che si apre ora. Quel che è certo è ciò che il calcio è di oggi: un business gestito da un solo padrone. Se al "popolo" andava bene così, il romantico che qui scrive si ritira dalla cerchia. E con un pizzico di realismo aggiunge: meglio un oligopolio domani che il monopolio degli ipocriti di oggi.

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