L'ATTESA

Favoriti, esclusi e outsider: guida alla notte degli Oscar

Domenica l'edizione numero 95 dei premi dell'Academy: riflettori puntati sul Dolby Theatre di Los Angeles. Steven Spielberg punta alla doppietta film-regia con lo straordinario «The Fabelmans». Da tenere d'occhio «Everything Everywhere All at Once», «Gli spiriti dell'isola» e «Women Talking»
Cate Blanchett con la Coppa Volpi vinta a Venezia: l'attrice australiana punta al terzo Oscar con «Tár»
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Divano, copertina di lana sulle ginocchia e tisana calda a portata di tazza: pronti a fare le ore piccole, nella notte tra domenica 12 e lunedì 13, per gli Oscar numero 95. Riflettori puntati sul red carpet di Los Angeles, che avrà il compito di scortare fino alla platea del Dolby Theatre le stelle e le stelline di un’edizione decisamente intrigante. Per la qualità delle nomination, certo, soprattutto in alcune categorie (miglior attrice protagonista su tutte), ma anche per le storie particolari che raccontano le candidature (ad esempio quella di Andrea Riseborough). Ma andiamo con ordine partendo dalle due statuette più pesanti.

FILM E REGIA. Strada spianata per l’uno-due di Steven Spielberg? Sembrerebbe di sì. «The Fabelmans» potrebbe infatti regalargli non solo l’Oscar più ambito, quello per il miglior film, ma anche il terzo trionfo da regista dopo quelli con «Schindler’s List» (al quale riuscì la doppietta) e «Salvate il soldato Ryan» (che nel ’98 fu inspiegabilmente travolto dal ciclone «Shakespeare in Love» nella categoria maggiore, quando in gara c’era anche «La sottile linea rossa» di Terrence Malick: imperdonabile scheletro nell’armadio dell’Academy). Spielberg über alles, insomma; e ci sarebbe poco da stupirsi perché parliamo di un capolavoro, forse addirittura l’apice della carriera del John Ford dei nostri tempi.

Ma come sempre attenzione alle sorprese. «Gli spiriti dell’isola» di Martin McDonagh ha scalato posizioni nelle ultime settimane, mentre «Everything Everywhere All at Once» si presenta a fari spenti, nonostante la vagonata di riconoscimenti ottenuti in mezzo mondo e gli incassi da capogiro, ma potrebbe dare fastidio.

C’è infine «Women Talking» di Sarah Polley, unica regista donna. Il film è più che buono (ne abbiamo parlato di recente) e dalla sua ha anche il tema di stretta attualità: violenza di genere, patriarcato e un cast tutto al femminile. Non sarebbe la prima volta che l’impegno paga. Più complicato invece che al danese Ruben Östlund e al tedesco Edward Berger, con la Palma d’Oro «Triangle of Sadness» e il kolossal «Niente di nuovo sul fronte occidentale», riesca il colpaccio alla Bong Joon-ho, mattatore nel 2020 con «Parasite».

ATTORI E ATTRICI. Due nomi su tutti tra gli uomini: Colin Farrell («Gli spiriti dell’isola») e Brendan Fraser («The Whale»), con il primo in leggero vantaggio. Zero chance per Paul Mescal, ma la sua presenza nella cinquina dei candidati sa di doveroso riconoscimento per «Aftersun» di Charlotte Wells, uno dei migliori titoli della stagione ai titoli di coda. Ci sarebbe anche l’Austin Butler di «Elvis», è vero, che si è già messo in tasca un Golden Globe (1-1 con Farrell), ma sarebbe una sorpresa non da poco.

Tra le magnifiche cinque in corsa per l’Oscar al femminile, spicca la Cate Blanchett di «Tár», che all’ottava candidatura punta al tris dopo i premi vinti per «The Aviator» e «Blue Jasmine». Un passettino indietro la Michelle Williams di «The Fabelmans» e la Michelle Yeoh di «Everything Everywhere All at Once» (che ha già nella borsetta un Golden Globe): lo meriterebbero entrambe; così come non sarebbe uno scandalo se il nome nella busta fosse quello di Ana de Armas («Blonde») o dell’outsider Andrea Riseborough («To Leslie»), nominata a furor di popolo e reduce dalla presunta indagine dell’Academy sulle altrettanto presunte pressioni per la sua nomination (figuraccia che si poteva tranquillamente evitare).

I NON PROTAGONISTI. Brendan Gleeson («Gli spiriti dell’isola») e Ke Huy Quan («Everything Everywhere All at Once») si presentano con i favori dei pronostici, con il secondo che potrebbe alzare l’Oscar al cielo di Los Angeles sotto gli occhi di Spielberg, che lo volle come Shorty per «Indiana Jones e il tempio maledetto» (era il 1984): è già successo ai Golden Globe, non così improbabile che ricapiti.

GLI STRANIERI. Altra categoria con parecchio da dire. Il voto di chi scrive va a «Close» del belga Lukas Dhont e in seconda battuta a «The Quiet Girl» dell’irlandese Colm Bairéad. Scandaloso che non ci sia «Decision to Leave» del coreano Park Chan-wook. Il già citato «Niente di nuovo sul fronte occidentale» e «Argentina» di Santiago Mitre però sembrano avere qualche chance in più (con il secondo che ha già battuto il primo ai Golden Globe). Indietro «EO» di Jerzy Skolimowski.

ANIMAZIONE, PREMI TECNICI E COLONNA SONORA. Probabile abbuffata per «Niente di nuovo sul fronte occidentale», candidato in nove categorie, con il «Pinocchio» di Guillermo del Toro che avrà vita facile tra i film di animazione. Più avvincente la corsa all’Oscar per la colonna sonora, con sua maestà John Williams («The Fabelmans») che potrebbe fare sei a 51 anni da «Il violinista sul tetto» (e dopo 53 candidature!), bagnando il naso a un altro fuoriclasse come Carter Burwell («Gli spiriti dell’isola»). Materiale da leggenda.

Luca Canini

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