La demenza senile si può prevenire con lo stile di vita

Quando si presentano i primi sintomi, a 60-70 anni, la malattia era in realtà presente già vent'anni prima. Solo che si teneva nascosta, latente, finché non si è manifestata, e allora non si può fare molto. Molto, moltissimo si può fare invece in via preventiva, agendo sul cervello ma anche sullo stile di vita.Si parlerà di come prevenire e rallentare l'invecchiamento cerebrale nell'incontro che domani alle 17, al palazzo delle Opere sociali, aprirà gli appuntamenti scientifici della rassegna "La mente in salute", promossa per il decimo anno dalla Fondazione Zoé. Ospiti dell'appuntamento saranno Giovanni Anzidei, vicepresidente della Fondazione Igea, e Michela Marcon, responsabile del Centro declino cognitivo della neurologia all'Ulss 8. La Fondazione Igea è nata per promuovere il protocollo "Train the Brain" sviluppato al Cnr, che attraverso la stimolazione cognitiva, accompagnata da attività fisica e opportuna dieta alimentare, ha dato ottimi risultati nel rallentare la malattia neurodegenerativa, in particolare l'Alzheimer.Lo stile di vita è fondamentale anche in funzione preventiva dell'insorgere delle demenze, come spiega Michela Marcon, che ha studiato in modo particolare i biomarcatori collegati alla demenza, nonché le relazioni fra disturbi del sonno e decadimento cognitivo: «Il primo stadio, quando si parla di prevenzione, è quello dell'alta scolarità. Un parametro fondamentale, perché agisce sulla riserva cognitiva, che è la resilienza del cervello a farsi attaccare da patologie in grado di far decadere le funzioni cognitive». Da qui la necessità di invitare i giovani a studiare, non fosse altro che per prevenire l'invecchiamento del cervello. Non meno importante «uno stile di vita che tenga conto dei fattori di rischio vascolare. L'Alzheimer, patologia degenerativa - continua la dottoressa Marcon - è favorito dalle malattie vascolari. L'ipotesi è che si vada ad accumulare una sostanza, la beta-amiloide, che si solito è benefica, ma che se si accumula nel cervello, crea problemi. Quindi c'è bisogno di un sistema vascolare efficiente perché questa sostanza venga eliminata dall'organismo. Ciò significa che diventano fattori di rischio l'ipertensione, il diabete, il colesterolo alto, il fumo, e invece sono fattori di protezione l'attività fisica regolare e l'alimentazione non ipercalorica. Per attività fisica si intende quella aerobica, come la camminata per 45 minuti, tre volte la settimana. Quanto all'alimentazione, in Italia siamo fortunati, perché abbiamo la dieta mediterranea, ricca di cereali e di fibre».

 

LE RELAZIONI SOCIALI. Un altro fattore di prevenzione delle demenze senili, a cui non si presta sufficiente attenzione, sono le relazioni sociali. «Sono molto importanti come stimolazione cognitiva - aggiunge la neurologa - L'uscita di casa, l'interagire con le altre persone, ad esempio nel volontariato, sono capisaldi della prevenzione. Mentre l'isolamento sociale può essere una conseguenza dello stesso declino cognitivo, che è spesso accompagnato da un senso di vergogna». Un sentimento, quest'ultimo, ancora presente, anche se meno rispetto al passato: «Una volta ci si vergognava anche di avere il cancro. Per l'Alzheimer si stanno facendo grandi passi avanti, soprattutto grazie all'azione delle associazioni come l'Avmad».

 

IL CENTRO DECLINO COGNITIVO. Al Centro dell'Ulss 8 di cui è responsabile Michela Marcon, e che riunisce neurologi, neuropsicologi e geriatri, si registrano circa tremila accessi all'anno, con una decina di prime visite ogni settimana. Si studiano, come detto, i biomarcatori legati alla demenza, e i diversi fattori di rischio. C'è una stretta collaborazione con la medicina nucleare, per verificare, mediante la Pet cerebrale, l'accumulo della beta-amiloide. La risonanza magnetica è poi fondamentale per capire se si tratti di una patologia degenerativa o di un tumore. Il Centro declino cognitivo partecipa inoltre a uno studio promosso dal ministero della Salute, chiamato "Interceptor" e che costerà 4 milioni di euro, per individuare i biomarcatori più tempestivi che possano aiutare a realizzare una stima del numero di persone a rischio di sviluppare la malattia nei prossimi 10-15 anni. «Non abbiamo dati epidemiologici che ci dicano che la malattia neurodegenerativa insorga in pazienti sempre più giovani - dice ancora la dottoressa Marcon -. Piuttosto, si è sensibilizzati nel riconoscere più precocemente di una volta i sintomi, come le dimenticanze frequenti, il disorientamento spazio-temporale, le difficoltà nel linguaggio e nello svolgere le attività quotidiane, la riduzione di interesse per le attività stesse». Lo stile di vita è una strategia efficace, che tutti possono mettere in atto, per prevenire questo tipo di effetti. 

Gianmaria Pitton

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