Salute e benessere

Crisanti: «Troppa discrepanza tra casi e decessi». Sul green pass: «Ingiustificato con tampone a 72 ore»

Andrea Crisanti (Foto Archivio)
Andrea Crisanti (Foto Archivio)
Andrea Crisanti (Foto Archivio)
Andrea Crisanti (Foto Archivio)

No al tampone ogni 72 ore mentre il Green pass andrebbe dato solo a chi è vaccinato o con il tampone effettuato nelle 24 ore. Questa la posizione di Andrea Crisanti, direttore Dipartimento di Microbiologia molecolare Università di Padova, espressa a 24Mattino su Radio 24 che ne ha diffuso il testo. Crisanti specifica: «Il Green pass per avere un impatto sulla trasmissione dovrebbe essere limitato a quelli che hanno fatto la seconda dose entro sei mesi e a chi ha fatto il tampone dopo le 24 ore».

 

TERZA DOSE - «Dobbiamo fare la terza dose del vaccino entro due o tre mesi, sistematicamente, a quante più persone possibili, la protezione dura sei o sette mesi dalla seconda dose. Io ho già fatto la terza dose, a Padova, la scorsa settimana, non ho avuto nessun fastidio, non me ne sono nemmeno accorto».

 

RIAPERTURA DISCOTECHE - A una domanda di valutazione sull'ormai prossima riapertura delle discoteche, il microbiologo risponde sottolineando che i locali da ballo «sono l’ambiente migliore per favorire la trasmissione ma vediamo come va, potenzialmente si può fare una prova. Certo - ha concluso - sarebbe stato meglio riaprirle al 30%».

 

DISCREPANZA CASI/DECESSI - «In Italia vi è una discrepanza tra numero di casi registrati e decessi: prendendo infatti come riferimento un rapporto di uno a mille nel nostro Paese considerando tra 30 e 40 decessi giornalieri, i casi dovrebbero essere tra i 15 e i 20mila, mentre se ne registrano tra i 2 e i 3mila in media». «Oggi in Italia - spiega Crisanti - abbiamo 30-40 decessi al giorno e un numero ridicolo di infezioni: evidentemente c’è una discrepanza ingiustificabile perchè in tutti gli altri Paesi d’Europa e del mondo c’è un rapporto di uno a mille rispetto ai numeri dei casi e dei decessi, quindi dovremmo avere anche noi un numero molto più alto di contagi e non si capisce la situazione».

«Ci può avere la tendenza a pensare che con un numero basso di casi sia tutto finito - aggiunge - invece così non è. Quello che conta è chi fa i tamponi: se nel computo mettiamo tutti coloro che fanno il tampone perchè devono andare a lavorare, per lasciapassare sociale, è chiaro che le incidenze sono bassissime. Invece se i tamponi vengono usati ad esempio per la sorveglianza nelle classi, il risultato è completamente diverso». «In genere - conclude- bisogna prendere il numero di decessi, dividerlo per due e moltiplicarlo per 1000, quindi avendo tra i 30 e 40 decessi avremmo tra i 15mila e i 20 mila contagiati in Italia».

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