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La strategia bocciata

Un soldato durante uno scontro con i Talebani
Un soldato durante uno scontro con i Talebani
Un soldato durante uno scontro con i Talebani
Un soldato durante uno scontro con i Talebani

Sullo scontro di Wanat è arrivato anche un rapporto curato dall'Us Army combat studies institute. Ed è un rapporto molto critico sull'operato del comando Usa. Il paradosso della battaglia di Wanat – scrive l'autore, lo storico militare Douglas R. Cubbison - è che si è trattato di una “vittoriosa disfatta”. Perché nonostante il massiccio attacco l'avamposto non è stato conquistato dai talebani, che hanno subito anche pesanti perdite (tra 21 e 52 i ribelli morti, 45 i feriti) ma il costo per gli Usa è stato inaccettabile. E con l'abbandono della zona pochi giorni dopo si è anche trasformato in una “sconfitta strategica”.

Perché parte da lontano, la fine tragica dei nove soldati della Ederle. Dall'idea che l'unico obbiettivo in Afghanistan è di uccidere il maggior numero di ribelli possibile; che si vince mandando più soldati, aumentando attacchi, aerei, elicotteri e tank su tutto il Paese (per poi magari lasciare scoperto un piccolo avamposto); ignorando la popolazione e trascurando i cosiddetti “danni collaterali” anche quando fanno strage di civili. Se a questo si aggiunge la superficialità dei comandanti, si arriva al sanguinoso pasticcio di Wanat.

E così ecco alcuni dei tanti errori che hanno portato alla “vittoriosa disfatta” del giugno 2008. 1) Troppe operazioni aggressive verso la popolazione della zona da parte dei militari Usa della 173a nei mesi precedenti, dove c'erano state anche perdite civili. Pochi giorni prima ad esempio un elicottero Apache aveva colpito un centro medico nel vicino avamposto di Bella provocando vittime innocenti nello staff e sollevando l'ira della popolazione della vallata. Conclusione: pessimi rapporti con la gente del posto. 2) Un solo plotone non era sufficiente a costruire in poco tempo un avamposto oltre a diverse postazioni difensive attorno, garantirne la sicurezza con pattugliamenti nella zona e contemporaneamente intrattenere buoni rapporti con la gente di Wanat. In più nessun alto ufficiale si fece mai vedere nella zona, lasciando scelte e responsabilità a un tenente con 40 soldati. 3) Scarsi rifornimenti: poca acqua potabile (non c'erano sistemi di purificazione), poco materiale da costruzioni. L'unico bulldozer disponibile rimase subito senza carburante costringendo i soldati a scavare a mano le trincee. 4) Altro errore: mandare soldati che stanno per tornare a casa (mancavano appena due settimane, dopo 14 mesi in Afghanistan) in una zona così minacciata. Per gli esperti i parà del 173° poi non erano mai stati addestrati a combattere in quel tipo di terreno. 5) Cattivo servizio di spionaggio e controspionaggio.

Un esempio per tutti: subito dopo l'arrivo dei soldati della Ederle nell'avamposto di Wanat donne, anziani e bambini lasciarono improvvisamente il villaggio. Restarono solo uomini adulti, spesso visti aggirarsi nei paraggi dell'avamposto. Un segnale inquietante, ma nessuno si preoccupò di tenere la situazione sotto controllo, come nessuno si accorse dell'arrivo in zona di 200 ribelli armati. Eppure per un anno ci furono contatti con il consiglio degli anziani del villaggio, ma con pochi risultati. Nonostante tutto pochi giorni prima dell'attacco alcuni abitanti avvisarono i soldati di un imminente massiccio attacco dei talebani. Una segnalazione archiviata come voce senza fondamento, anche perché di questi avvisi ce ne sono spesso. Ma dov'era l'intelligence? Senza contare che mancò la copertura aerea: l'unico aereo senza pilota fu bloccato a terra il giorno prima e gli elicotteri Apache arrivarono solo un'ora dopo l'inizio della battaglia (altro particolare: mentre a Wanat i parà della Ederle sotto assedio urlavano nelle radio chiedendo l'intervento aereo all'aeroporto era il momento del cambio di equipaggio degli elicotteri, con tanto di chek list tipo “motore ok, altimetro ok, rotore ok”). Comunque arrivano terribilmente tardi. E su tutto la domanda numero 1: ma cosa ci stavano a fare i soldati Usa in quella specie di trappola tra le montagne?

Salta fuori anche la questione armi, e non è roba da poco: da tempo i soldati Usa in Iraq e Afghanistan si lamentano dei nuovi fucili mitragliatori M4 in dotazione (sono i moderni sostituti degli M16 usati in Vietnam), come riporta anche l'Us Army Institute. Motivo: si inceppano proprio durante le sparatorie più intense («nei momenti peggiori» ironizzano i soldati) e hanno bisogno di molta manutenzione. Stessi problemi con il più grosso M249. Ma ci sono volute due battaglie finite male per i soldati Usa, quella di Wanat e un anno dopo quella di Kamdesh (otto morti), per mettere in discussione le armi. Le testimonianze dei sopravvissuti parlano di “armi inutilizzabili con la canna incandescente” in piena battaglia. E la battaglia di Wanat è durata ore. Così un soldato racconta che «dopo aver svuotato 12 caricatori l'M4 si è inceppato e l'ho gettato via». Anche per questo Larry Mace, il padre di un soldato morto a Kamdesh, ha detto che «l'unica differenza tra i ragazzi uccisi a Wanat e a Kamdesh sono il nome e la data».

Per il resto, stesse accuse: scelte sbagliate, ostilità con le popolazioni, cattivo comando, armi e mezzi insufficienti, strategie fallimentari. Anche se, si legge sempre nel rapporto degli esperti dell'Us Army, il plotone americano a Wanat si trovò di fronte a ribelli talebani «esperti, organizzati e ben comandati, tatticamente preparati, abilissimi e bene armati». Alla fine dello scontro, ad esempio, i militari Usa troveranno anche scarpe abbandonate sul terreno. Motivo: i talebani se l'erano tolte nella notte per fare meno rumore. Ancora: intorno alla base, tra rocce e cespugli, i ribelli afghani avevano nascosto da giorni Ak47, lanciarazzi e bombe. In modo da muoversi più agilmente e trovare sempre rifornimenti anche spostandosi durante lo scontro. Terzo, forse il più geniale: un canale di irrigazione deviato per farlo passare di fianco ai soldati americani sull'avamposto Kahler in modo che il rumore dell'acqua coprisse i movimenti dei ribelli.

Per quello che vale, il plotone del tenente Brostrom si difese con coraggio, impedendo la conquista della base. Ma lasciando a terra nove cadaveri. Per questo qualcuno in America ha chiamato la battaglia di Wanat “la Black Hawk Down dell'Afghanistan”, con riferimento alla tragica operazione del 1993 in Somalia che costò la vita a 19 soldati Usa e mille somali (e che ha anche dato il nome a un film diretto da Ridley Scott). Il resto si sa: la grande ritirata (con in più l'abbandono al loro destino degli afghani che avevano aiutato gli americani), la riconquista della zona da parte dei talebani, le nuove strategie più collaborative per non ricadere negli errori del passato e per uscire da una guerra che sembra senza fine. Un segnale lo ha dato anche l'ex capitano dei Marine e poi funzionario (uno dei più esperti) del Governo Usa per gli Affari esteri in Afghanistan, Matthew Hoh. Che un mese fa con una lettera alla Casa Bianca ha rassegnato le dimissioni «nauseato dalla guerra in Afghanistan», una guerra «che non si riesce più a capire perché gli americani la stiano combattendo» visto che «è chiaro che si tratta di una guerra civile tra fazioni locali».

Ma la lezione di Wanat a qualcosa forse è servita, vedi il cambio di rotta del generale McChrystal. E, al di là dei risultati della nuova inchiesta ordinata dal Pentagono, è servita magari a rispondere a quella domanda dei genitori dei soldati uccisi e ai tanti civili afghani vittime della guerra: «Allora per cosa sono morti i nostri ragazzi?».

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