L'appuntamento

Spediti nello spazio: vita da astronauti

La Notte della Luna
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La Notte della Luna

Vite straordinarie. Due parole che descrivono al meglio le vite degli astronauti, gli esploratori dell'età moderna, i Cristoforo Colombo dei cieli, come venne definito il primo uomo inviato oltre l'atmosfera terrestre, Yuri Gagarin, che il 12 aprile 1961, a bordo della capsula Vostok1, rimase in volo poco meno di tre ore attorno al nostro pianeta. Per oltre un giorno vi rimase, invece, German Titov, che decollò il 6 agosto 1961. Era iniziata la "guerra" per la conquista della spazio, una guerra parallela alla Guerra Fredda fra Unione Sovietica e Stati Uniti.

Questi ultimi, in clamoroso ritardo rispetto ai russi, cercavano di recuperare il tempo perduto e si preparavano allo sbarco sulla Luna con i programmi Mercury, Gemini e Apollo. Il primo programma prese il via nel 1961: gli astronauti Shepard e Grismon furono lanciati rispettivamente il 5 maggio e il 21 luglio, ma non entrarono in orbita terrestre, tant'è che i voli furono ribattezzati "voli suborbitali". Il primo uomo "satellite" statunitense fu John Glenn, che entrò in orbita il 24 maggio 1962. Poi il programma Mercury venne accantonato per lasciare spazio al programma Gemini, che in latino significa gemelli, il nome non è casuale, perché nelle capsule trovavano posto per la prima volta due astronauti: Grissom e Young, che furono lanciati il 23 marzo 1965. L'ultima missione Gemini fu quella del 10 novembre 1966, che segnò il preludio al primo allunaggio umano. Presero parte Jim Lovell e Buzz Aldrin, che sarà poi a bordo dell'Apollo11. Nella corsa al primato più importante, l'uomo sulla Luna, i russi vennero inaspettatamente battuti dal progetto Apollo della Nasa. Un successo che molti attribuirono alla grandezza di Wernher von Braun (1912-1977), scienziato e ingegnere nazista, che sviluppò i famosi razzi V2 che colpirono Londra durante la Seconda Guerra Mondiale, al termine della quale si consegnò alle forze statunitensi che colsero il suo straordinario valore non solo tecnico-scientifico, ma anche di leadership.

 

"Con von Braun finiscono le grandi missioni dove tutto è concentrato in una sola persona", sottolinea il direttore dell'Inaf di Padova, Roberto Ragazzoni, a testimoniare l'importanza sesquipedale della sua figura, che accentrava su di sé tutta una serie di competenze, ruoli e decisioni, che oggi sono suddivise in un numero considerevole di specialisti. "Andammo sulla Luna con uno standard di sicurezze che oggi non sarebbe accettato", ribadisce Ragazzoni. Apollo fu l'eccezione e l'attuale ritmo dell'esplorazione umana dello spazio è la normalità. Parola che non rientra nel vocabolario proprio degli astronauti, che rappresentano un piccolissimo numero di specialisti in grado di padroneggiare conoscenze tecnico-matematiche coadiuvate a simulazioni di circostanze estreme. Esemplificativo il momento in cui durante il primo allunaggio, sorvolando il Mare della Tranquillità, Armstrong e compagni si trovarono di fronte ad un cratere di 180 metri di diametro con una superficie inadatta al contatto.

 

Lo stesso Armostrong decise così di sostituirsi ai comandi automatici, assumendo il controllo manuale della rotta del modulo lunare. Una decisione presa grazie alle intense giornate di addestramento nel simulatore, esperimenti in centrifuga, studi di astronomia, geologia, fisica e astrofisica. Addirittura corsi di sopravvivenza, imparando dagli Indios come affrontare qualsiasi imprevisto. Imprevisti, che oggi sono ridotti ai minimi termini, ma che fanno tecnicamente parte dell'esplorazione. "Quella dello spazio rimane un'attività intrinsecamente rischiosa, che richiede un alto grado di affidabilità dei sistemi ai quali è affidata la sopravvivenza dell'equipaggio in condizioni estreme", ricorda Maurizio Cheli, pilota e astronauta modenese, che nel 1996 è volato in orbita a bordo dello Space Shuttle Columbia a 400 km dalla Terra. Un volo di 16 giorni nello spazio, una delle missioni più lunghe in assoluto dello Shuttle, che aveva un'autonomia di 19 giorni. Un volo spaziale richiede un lungo, e piuttosto ripetitivo, periodo di preparazione: "Come minimo sono necessari 2 anni di addestramento di base, poi quando si è assegnati ad un volo, la missione necessita di una preparazione intensa e rigorosa di altri 2 anni", spiega Cheli, che ricorda la sua esperienza nella cabina dello Shuttle, che "contiene 1269 tra interruttori, comandi e strumenti: è necessario conoscere alla perfezione il funzionamento di ciascuno di essi". Inoltre, conclude: "Nel caso dello Shuttle le fasi più rischiose sono sempre quelle dinamiche: il lancio e il rientro. La tempestiva individuazione di un malfunzionamento e l'applicazione delle procedure corrette può determinare la differenza tra la vita e la morte dell'intero equipaggio"

Dario Pregnolato