FESTIVAL DEL FUTURO

Al Festival del Futuro l’uomo che ci ha cambiato la vita

Fra i relatori alla rassegna anche il fisico e imprenditore vicentino, uno dei grandi protagonisti dell’epopea tecnologica della Silicon Valley
Federico Faggin, 78 anni, vicentino, fisico e imprenditore
Federico Faggin, 78 anni, vicentino, fisico e imprenditore
Federico Faggin, 78 anni, vicentino, fisico e imprenditore
Federico Faggin, 78 anni, vicentino, fisico e imprenditore

È l’uomo che ha cambiato il nostro modo di vivere, che ha ridotto la tecnologia a una consuetudine quotidiana, ridimensionato le macchine per metterci i tasca chiavette Usb, telecomandi e videogiochi. Eppure il suo nome non è così noto al grande pubblico, che però avrà l’occasione di incontrarlo al Festival del Futuro, in programma a Verona il 16 e 17 novembre.

Veneto di Vicenza, Federico Faggin è ormai cittadino del mondo. Vive in California ma per qualche mese all’anno si rifugia a casa, in piazza delle Erbe a Vicenza, per sentire il respiro della terra che l’ha cresciuto. Del resto lo dice sempre: non sarei diventato quello che sono se non fossi cresciuto in quel Veneto del dopoguerra, in quell’Italia piena di speranze, di iniziative e di creatività.

Faggin è l’uomo che ha inventato il microchip e il touchscreen. Con il microchip ha ridotto un computer a dimensioni tali da poterlo inserire in uno spazzolino da denti; con il touchscreen ha avviato la svolta per gli smartphone della generazione che stiamo usando oggi. Tutti conoscono il nome di Steve Jobs e la mela della Apple, così come Bill Gates e la finestra della Microsoft, e invece Faggin... Lui la spiega così: «Le cose che ho ideato io sono all’interno di oggetti che usiamo ogni giorno – è vero – ma non sono visibili. I telefoni intelligenti e i pc invece sono riconoscibili, hanno un marchio, si toccano, quindi le persone che hanno legato il loro nome a quegli oggetti sono molto più note. Eppure quegli oggetti non esisterebbero senza le mie invenzioni».

Nato a Vicenza nel 1941, Faggin da 52 anni ha la doppia cittadinanza, vive in California con la moglie Elvia, anche lei vicentina di Thiene, hanno tre figli. Da poco ha scritto un’autobiografia, pubblicata da Mondadori. Il titolo è “Silicio“, la parola magica della sua carriera. Suo padre era professore di filosofia e lo avrebbe voluto al liceo classico. Lui, appassionato di modellini di aerei fin da bambino, di macchine, di cose da fare con le mani, scelse di fare l’istituto tecnico industriale. Allora, fine anni Sessanta, le opportunità si aprivano con più facilità di oggi e il giovane diplomato e talentuoso Faggin si trovò prima alla Olivetti, dove progettò a 19 anni il suo primo calcolatore elettronico sperimentale, e poi per una serie di «coincidenze fortunate» - dice lui - in California nella nascente Silicon Valley c incubatore del futuro. Non avrebbe mai pensato, allora, che solo dieci anni dopo quelle imprese da diciannovenne il suo grande calcolatore elettronico si sarebbe ridotto in un chip da tenere fra due dita.

Tornato in Italia, Faggin si laurea in Fisica a Padova. Dopo la laurea, alla SGS-Fairchild di Agrate Brianza svluppa la tecnologia per la fabbricazione di circuiti integrati Mos. L’azienda lo manda in America dove mette a punto la tecnologia MOS Silicon Gate: è la vera rivoluzione, la svolta per arrivare al microprocessore. Da allora in poi Faggin ha sempre lavorato negli Stati Uniti. La porta di silicio è la chiave per ridurre le dimensioni: alla Intel crea il 4004, poi si mette in proprio, diventa imprenditore delle sue invenzioni e fonda la Zilog dove mette a punto il celebre Z8, un computer ridotto in un chip. Siamo negli anni Settanta. E a metà del decennio successivo un altro colpo di genio di Faggin. Pensa che la tastiera sottrae troppo spazio ai telefonini e inventa il touchscreen.

Lo propone a tutte le aziende principali del settore, da Nokia in giù. «Ci ridevano dietro», ricorda spesso. Solo una ditta si mostra interessata, la Apple di Steve Jobs. Ma vuole l’esclusiva e il fisico vicentino si guarda bene dal concederla. Risultato: Jobs si fece da solo l’iPhone, tutti gli altri furono costretti ad andare da Faggin per poter stare sul mercato.

Negli ultimi anni si sta dedicando alla Fondazione che ha creato con la moglie, per lo studio scientifico della coscienza attraverso il sostegno di programmi di ricerca in università e istituti statunitensi. L’uomo che per una vita ha lavorato all’intelligenza artificiale mette in guardia.

Ha detto in una recente intervista: «Mi turba il movimento di chi ritiene che una macchina possa essere più intelligente dell’uomo. È completamente sbagliato. L’intelligenza artificiale delle macchine è solo complementare e se usata con giudizio aiuta a risolvere problemi, altrimenti si rischia di diventarne schiavi. La natura dell’intelligenza umana è una natura fatta principalmente di coscienza e consapevolezza, che la scienza non può spiegare e un computer non può sostituire. Perché al suo interno ci sono emozioni, intuizioni, creatività e spiritualità».

Bonifacio Pignatti