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L'anniversario

14 maggio 1944: ottant'anni fa il bombardamento che distrusse Vicenza

di Walter Stefani
Ripercorriamo quel giorno terribile attraverso le parole di Walter Stefani
Le macerie in Borgo Berga dopo il bombardamento del 14 maggio 1944
Le macerie in Borgo Berga dopo il bombardamento del 14 maggio 1944
14 maggio 1944, il bombardamento su Vicenza (archivio GdV)

14 maggio 1944, è domenica. Splende un sole tiepido e luminoso sopra una città semideserta, perché molti dei suoi abitanti sono sfollati. Altri sono in armi sotto diverse bandiere. Altri prigionieri in Germania, nel Kenya, alle Hawaii. O nascosti in montagna, ad alimentare il movimento partigiano.

Il rombo

Sul far del mezzogiorno, s'ode distintamente un rombo lento, greve e possente: sono in arrivo i bombardieri pesanti, le temute “fortezze volanti” che dal loro ventre argenteo seminano terrore, rovine e lutti. A Vicenza è ancora vivo il ricordo del terribile e disastroso bombardamento su Treviso del 7 aprile, che ha letteralmente distrutto il centro storico, mietendo qualche migliaio di vittime tra civili e militari. Ed è anche per questo motivo che la città è, fortunatamente, semideserta. I bombardieri Usaaf, quando sono sulla verticale del centro e immediata periferia, scaricano un impressionante numero di bombe di grosso calibro e spezzoni incendiari, passando e ripassando, anche in modo disordinato, a formazioni serrate (141 apparecchi B-24 per 343,50 tonnellate, dice Giuseppe Versolato in “Bombardamenti aerei nel Vicentino”).

Il martirio

Quanti dalle alture circostanti osservano l'operazione si rendono conto, con sgomento e angoscia, che la città sta subendo un flagello senza precedenti. Anche se lontani e fuori dal pericolo, sentono e partecipano al travaglio di quei derelitti che sono rimasti sotto la tremenda tempesta di bombe. In quel momento, Vicenza sta subendo il più terribile martirio della sua storia millenaria. Dal fumo e dalla durata del bombardamento, si ha subito l'impressione che qualcosa di grosso sia accaduto. E, non appena le ultime squadriglie aeree se ne vanno, è un accorrere di gente in bicicletta, a piedi e con qualsiasi altro mezzo verso la città. Altri preferiscono rimanere lontani, temendo un successivo attacco, pur restando in trepidante attesa di notizie.

I quartieri

Borgo Berga è intransitabile per la montagna di macerie che, dal Cotonificio Rossi all'Arco delle Scalette di Monte Berico, ha invaso letteralmente la strada: non si passa. Bisogna fare il giro per San Pietro Intrigogna e Borgo Casale, ed entrare in città da quella parte. Vicenza, pur con un sole ancora alto e splendente, ha un aspetto di morte: come una città in cui sia scoppiata la peste. Grida rade; affannarsi di gente smarrita e silenziosa; accorrere incessante di mezzi di soccorso dell'Unpa, dell'ospedale civile, dei vigili del fuoco e del Comune. Le richieste di aiuto sono superiori alle possibilità di intervento e molti civili scavano per proprio conto, cercando tra le macerie di recuperare qualcosa di loro. I vigili del fuoco sono impegnati allo spasimo, hanno le divise lacerate e sporche di sangue umano, come lavorassero in un mattatoio. Dai loro occhi sgorgano silenziose lacrime che vanno a confondersi con la polvere depositatasi sui volti sudati e tristi, spettrali.

I danni

Stavolta l'elenco dei danni non può nemmeno essere tentato, perché la città è colpita in più punti e da quel giorno, praticamente, cambia volto. Spariscono edifici di rara bellezza architettonica o di valore storico: il Duomo è distrutto, il Vescovado pure. L'Arco delle Scalette è a terra; viale Roma con l'Albergo Terminus e la vecchia Cavallerizza dei Nobili (Cinema Palladio) è tutto una rovina; il deposito Fiat di Giurietto & Ferretto è un ammasso di auto contorte; la stazione ferroviaria, poi, non ha più alcun aspetto esteriore. Il Campo Marzo è una distesa lunare, con fosse enormi e platani secolari divelti come fuscelli.

Il centro

Ma è il Corso che presenta lo spettacolo più terribile e desolante, perché i palazzi crollati non si contano: è solo un unico e immenso ammasso di macerie. Sparisce per sempre il palazzo Thiene-Barbaran-Tecchio; l'angolo con contrà del Monte, sede della merceria Mattiello, non esiste più. Poco più avanti la Camera di Commercio, allogata nella vecchia sede della Posta, è completamente distrutta; travolto anche il sottostante, lussuoso negozio di musica Balboani. Le case di fronte, un tempo sede dell'albergo Al Cappello Rosso e poi della tipografia Peronato, sono un ammasso di macerie. Più in là, la stupenda Ca' d'Oro (Palazzo da Schio) ha subìto gravi danni, mentre quasi di fronte il palazzo Curti e le casette adiacenti, all'angolo con contrà Manin, sono in ginocchio. Della chiesa di San Gaetano non restano in piedi che i muri perimetrali; palazzo Nievo, un tempo sede delle Birrerie Riunite, è abbattuto. Tanto che, dal Corso, s'intravvede il palazzo Salvi del Calderari, che è nel cortile interno. Proprio laddove si poneva la meta del Palio di Vicenza, crateri di bombe segnano la parte terminale di quella che era stata definita "la più bella via d'Europa".

Tragico bilancio

Anche industrie come la Ivem, l'Acciaieria Valbruna, la Montecatini, la Zambon & Farina, il Cotonificio Rossi, la Ferriera Beltrame, il Lanificio Rossi e altre, subiscono danni. Alla sera si conteranno ben 56 morti: una cifra enorme, per una città semideserta. 

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