«Si può costruire una cordata che crei una Miteni diversa»

Uno scorcio della Miteni a TrissinoAntonio Nardone, ad di Miteni, ieri in Tribunale. COLORFOTO ARTIGIANAIl commissario Domenico De RosaL’assessore Giampietro Ramina
Uno scorcio della Miteni a TrissinoAntonio Nardone, ad di Miteni, ieri in Tribunale. COLORFOTO ARTIGIANAIl commissario Domenico De RosaL’assessore Giampietro Ramina
Uno scorcio della Miteni a TrissinoAntonio Nardone, ad di Miteni, ieri in Tribunale. COLORFOTO ARTIGIANAIl commissario Domenico De RosaL’assessore Giampietro Ramina
Uno scorcio della Miteni a TrissinoAntonio Nardone, ad di Miteni, ieri in Tribunale. COLORFOTO ARTIGIANAIl commissario Domenico De RosaL’assessore Giampietro Ramina

«Miteni è già stata condannata, ma senza prove e processo. Abbiamo perso clienti per questioni di reputazione e non per scarsa qualità dei prodotti. Ora, invece di combattere i mulini a vento, serve assecondarli e concentrasi su tecnologia, sviluppo e innovazione». L’ad di Miteni, Antonio Nardone, è da poco uscito dal tribunale di Vicenza dove nei giorni scorsi ha depositato la richiesta di auto fallimento per l’industria chimica ritenuta responsabile del maxi inquinamento da Pfas in Veneto. Questo però non vuol dire chiudere. Miteni può rinascere dalle sue ceneri. Come? «Dismettendo i Pfas e trasformando Trissino in un centro di ricerca per il recupero ambientale dei siti contaminati da sostanze perfluorurate e per le nuove molecole usandole, per esempio, nei farmaci o in tecnologia». Nardone, avete appena presentato un piano di svuotamento per licenziare tutti e chiudere. Invece si rinasce? Proprio la prospettiva di zero ammortizzatori ha scatenato il subbuglio tra i dipendenti che ora si sono arroccati nello stabilimento. Sì, perché adesso Miteni è occupata dai lavoratori che non rispondono alle direttive dei capi reparto. Le Rsu si sono rifiutate di individuare i “comandati della sicurezza”, personale che è tenuto a rispondere agli ordini in caso di emergenza. La Prefettura è al corrente: i vigili del fuoco entrano in sopralluogo ogni giorno. È tutto tranquillo, ma fino a “quel” momento. I lavoratori stanno gestendo gli impianti: sanno farlo e non sono incoscienti. Ma tutto ciò è fuori da ogni norma. Se succede qualcosa, sulla carta il responsabile sono io. Ma in realtà non è così. Non può andare avanti così. Come se ne esce? Ci sono due vie. La prima è quella che auspico. Entro una settimana troviamo l’accordo con i dipendenti, e siamo aperti a rispondere alle loro esigenze, per svuotare l’impianto fino a metà gennaio. Questo comporta solo vantaggi: eliminiamo sostanze che altrimenti sarebbero considerati rifiuti e che rappresentano un rischio ambientale e un costo; trasformiamo quelle sostanze in prodotto, lo vendiamo e facciamo cassa per pagare gli stipendi. Portiamo avanti fino a gennaio la bonifica e l’attività. Nel frattempo può accadere di tutto... Cioè? Potrebbe arrivare, come probabile, un’offerta di acquisto in continuità d’impresa. Questo vorrebbe dire, grazie al Decreto Genova, offrire ai lavoratori 12 mesi di Cigs e 24 di Naspi. L’altra via prevede solo aspetti negativi: il prefetto o il curatore fallimentare estrometterà i lavoratori, chiamerà una ditta esterna per svuotare gli impianti con spese che vanno ad erodere quel poco che c’è in cassa. Davvero c’è chi vuole rilevare Miteni? Abbiamo numerose espressioni di interesse e qualcuna sta per diventare vincolante. Sono almeno sette tra multinazionali e locali. E sanno che dovranno accollarsi i costi della bonifica? La stima va dai 3 ai 5 milioni se il sito resta in attività. Trovare quei soldi per un’azienda che ha un asset e un valore di terreno molto elevati come Miteni, anche in caso di fallimento, non è un problema. Semmai il difficile è trovare chi porta avanti la bonifica: senza attività i costi lievitano. Chi vuole comprare Miteni? Quando abbiamo chiesto il concordato e si è diffusa la notizia a livello mondiale, hanno dimostrato interesse società americane, giapponesi e indiane. Questo mi ha dato la coscienza del valore di Miteni che vanta una tecnologia esclusiva sulla chimica del fluoro. Quindi, non solo Pfas. Stiamo già realizzando prodotti per il farmaceutico - antivirali, antitumorali e colliri - ed elettronico. Di qui la mia idea: trovare una sinergia per trasformare una situazione negativa in opportunità. In concreto? Dopo quello che ci è piovuto addosso in questi anni, Miteni vanta un bagaglio di conoscenza sulle problematiche ambientali della lavorazione dei fluorurati che non ha uguali. La bonifica che abbiamo presentato a inizio settimana ne è un esempio: contiene un progetto sperimentale che fa scuola a livello mondiale, studiato con l’Università di Milano. Basta solo investire in questo asset: ci sono inquinamenti da queste sostanze in tutto il mondo. E noi siamo i più avanti. A Trissino si farà ricerca? Sì, non solo per l’ambiente, ma per lo sviluppo di nuove molecole con prodotti innovativi. Siamo già leader in un processo che si chiama elettrofluorurazione. L’idea ora è di creare qui il prodotto nuovo, ma farlo realizzare altrove. Si tratta di mettere insieme una cordata di investitori. Sono molto interessate le aziende indiane. Ma serve anche un partner locale per la bonifica. E quindi basta Pfas? Si potrebbero eliminare in due anni. Qui però devono entrare in gioco gli enti pubblici per dare l’autorizzazione a produrre: però devono capire che se non si fanno Pfas, qualcosa di diverso si dovrà pur realizzare. Sia chiaro, nessun favoritismo, ma neppure l’atteggiamento che ci è stato riservato nell’ultimo anno e mezzo: accanimento puro. Miteni per lei è stata accusata ingiustamente? Senza avere le prove. Del resto, quale azienda chimica degli Anni ’60 non ha un sito inquinato? Le colpe nascono in quegli anni. Ora hanno trovato GenX e C604? Vero. Ma chi ci dice che non siano finiti nell’alveo sempre per colpa dei rifiuti interrati, quando ancora la ditta si chiamava in altro modo? Perché GenX e C604 sono molecole nuove. No, non è così. Sono il frutto del processo di perfluorazione. Anche noi ora da questo processo prendiamo solo parte della lavorazione, il resto non lo consideriamo. Da quella reazione si formano centinaia di molecole diverse di cui non sappiamo neppure oggi il nome. Quindi noi adesso stiamo cercando il Genx vicino al torrente Poscola, nel terreno inquinato coi vecchi rifiuti, perché è possibile che la contaminazione parta da lì per colpa dei vecchi rifiuti. Solo che allora non si sapeva neppure cosa fossero. Se ne troveremo traccia sarà la dimostrazione che l’inquinamento non è uscito dal nostro impianto. Del resto, hanno cercato per mesi delle falle senza risultato. Tutto questo ci ha messo in difficoltà: le multinazionali hanno scelto fornitori meno chiacchierati. Anche le banche ci hanno mollato per problemi di reputazione. Il socio poi dopo aver dato tanto si è tirato indietro. Sono stato solo a gestire Miteni. Le diffide, soprattutto l’ultima, ha dato il colpo finale. Eccessiva? Direi. Non noi, ma il curatore fallimentare farà però ricorso. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Cristina Giacomuzzo

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