Miteni, le contraddizioni tra l’Ulss e i lavoratori

L’entrata dello stabilimento di Trissino della Miteni
L’entrata dello stabilimento di Trissino della Miteni
L’entrata dello stabilimento di Trissino della Miteni
L’entrata dello stabilimento di Trissino della Miteni

Nella maxi relazione da 447 pagine della Commissione d’inchiesta sui Pfas del Consiglio regionale non c’è scritta la parola fine. Si aggiunge ora una trentina di pagine di relazione finale che verrà illustrata la prossima settimana in aula. Lì vengono riassunte le tappe e alcune incongruenze di una vicenda che coinvolge da vicino quasi 500 mila veneti tra vicentini, padovani e veronesi, cioè la cosiddetta popolazione esposta da Pfas. Nel poderoso faldone che raccoglie tutti i report tecnici da quando è scoppiato il caso e le audizioni dattiloscritte delle varie parti coinvolte davanti ai commissari, c’è un capitolo che riguarda i quasi 130 lavoratori di Miteni. LE CONCENTRAZIONI. La “Valutazione degli effetti a lungo termine sulla salute dei dipendenti” della Miteni, a firma Enzo Merler e Paolo Girardi, è nota, ma impressiona sempre. «Le concentrazioni di Pfoa nel sangue dei dipendenti che hanno lavorato a contatto con quelle sostanze sono mille volte più alte rispetto alla popolazione esposta». Va presa con le pinze poi, per stessa ammissione dei ricercatori, l’indagine sulle cause di morte degli ex lavoratori perché circoscritta a 200 casi, una base ridotta rispetto ad altre simili internazionali. Il risultato sarebbe quello di una «sovra mortalità maggiore in chi è esposto a Pfoa per un robusto eccesso per tumore del fegato, cirrosi, tumore al rene e vescica, e per diabete e ipertensione». I TRASFERIMENTI. Dalla relazione dei sindacati e Rsu di Miteni alla commissione poi emerge il quadro delle condizioni dei lavoratori. Si legge: «Circa i possibili effetti pericolosi sulla salute di queste sostanze, solo quando i risultati del Cnr hanno iniziato a diventare pubblici (quindi 2013, ndr), abbiamo appreso quanto fosse potenzialmente grave il rischio legato alla lavorazione dei Pfas. Fino ad allora eravamo stati tranquillizzati dal medico di fabbrica che minimizzava». Di più. I rappresentanti Rsu hanno spiegato «la particolare procedura o prassi» che veniva adottata dal medico di sorveglianza sanitaria dal 2008 al 2016: «Quando un lavoratore superava una determinata soglia di concentrazione di Pfas nel sangue, veniva spostato di reparto e spesso sostituito con un altro operatore proveniente da altri impianti. Questi spostamenti venivano poi gestiti dalle competenti funzioni aziendali». IL NODO. Da segnalare poi la contraddizione fra quanto dichiarato in audizione da Adolfo Fiorio, direttore dello Spisal, ex Ulss 5 oggi 8, competente per vigilanza su Miteni spa rispetto a quanto le rappresentanze dei sindacati e delle Rsu hanno affermato nella relazione che hanno inviato in Commissione regionale. In particolare, secondo lo Spisal tutto avveniva regolarmente. «Noi avevamo il compito di essere informati su come l’azienda provvedeva a prevenire i fattori di rischio - ha dichiarato Fiorio - e siamo stati regolarmente informati tramite relazioni annuali da parte del medico competente con il quale abbiamo anche avuto degli incontri di approfondimento non frequentissimi e abbiamo avuto occasione di valutare la situazione degli ambienti di lavoro in occasione di sopralluoghi eseguiti per vari motivi. Nel corso di tutte queste occasioni di controllo abbiamo riscontrato un’adeguata gestione delle misure di prevenzione dei rischi delle procedure di lavoro. Adeguate per quello che riguarda la prevenzione del contatto con le sostanze perfluorate che sono state via via migliorate arrivando alla situazione attuale che prevede lavorazioni in confinamento con “camere bianche” e tutta una serie di procedure che sono in grado di ridurre al minimo la possibilità di esposizione». Di contro dal report dei lavoratori si legge: «Va ricordato che adeguamenti o precauzioni erano stati preventivati negli anni 2007-2009 dall’allora gestore dello stabilimento, Mario Fabris. Il quale in quel periodo disse proprio che, in relazione alla lavorazione del Pfoa, andavano implementati gli interventi tecnici sui luoghi di lavoro, riferendosi a zone di lavorazione segregate, in gergo definite “camere bianche“. Ma quest’ultima soluzione non è mai stata adottata in quanto la produzione del Pfoa fu successivamente fermata». Infine, nella relazione le Rsu dei lavoratori sottolineano come nell’ottobre 2016 «ci fu una nostra richiesta allo Spisal per chiedere informazioni sulla tossicità dei Pfas. In quella circostanza ci furono promessi degli accessi in azienda per verificare le condizioni di lavoro con particolare riguardo alle esposizioni ai Pfas. Al riguardo non abbiamo mai ricevuto riscontri». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Cristina Giacomuzzo