L'intervista della domenica

Luca Zaia: «Il Veneto ha insegnato che la Lega deve essere sempre di governo»

Uno entra a palazzo Balbi, sale al piano nobile, respira un po’ di storia veneziana, entra nell’ufficio del governatore, sempre che questa sala spettacolare si possa chiamare ufficio, e inizia a sospettare il motivo per cui Luca Zaia non abbia alcuna fretta di pensare a cosa farà da grande. Forse perché, occhieggiando sul Canal Grande, fa una tremenda fatica a immaginare qualcosa di più... grande.
 

Presidente, dica la verità: lei non ha nessuna voglia di andare via da qua. Però tutti la stanno tirando per la giacchetta e per lei non ci saranno problemi a scegliere. Ha già pensato a cosa farà da... grande?
Mi fa un po’ ridere che tutti si preoccupino del mio futuro. Tutti hanno in mente ruoli più o meno prestigiosi per il sottoscritto. Ma io non sono come un calciatore che manda in giro il procuratore per trovare un ingaggio.
In questo momento, anche e soprattutto al di fuori del Veneto, lei è considerato un top player. Quindi può scegliere. Cosa sceglie?
Ma no, non si sceglie. Io posso solo dire che ho fatto con passione questo lavoro, che mi ha dato grandi soddisfazioni.
 

D’accordo, non vuole dire cosa farà da grande. Ma ha in mente a chi potrà raccogliere la sua pesante eredità di presidente del Veneto?
Per ora posso solo dargli o darle un consiglio: dovrà cercare di non imitarmi.
 

Suvvia, un nome...
Diventa logorante se tutti si chiedono chi sarà il successore per i tre anni che restano. Conviene mettersi il cuore in pace e lavorare. Che si diano da fare tutti, e alla fine vediamo chi è stato più bravo.
 

Sarà una bella gara, da ragionarci sopra. A proposito, come sono andate le vendite del libro?
Siamo sulle 40 mila copie. Merito di Marsilio, che mi ha chiesto di fare il punto su questi anni complicati: due anni di pandemia meritavano una riflessione.
 

Ma Luca Zaia ha mai preso il Covid?
No. Anzi, non lo so. Dovrei fare il test per gli anticorpi.
 

Un caso unico, considerato tutte le persone che incontra.
A casa mia nessuno l’ha preso. Mia moglie ha fatto una vita monacale. È stata attenta. I miei genitori hanno fatto il lockdown duro. Tutti abbiamo rispettato le norme. Con tutte le precauzioni. 
 

La sanità veneta come esce da questi anni?
Abbiamo degli operatori eccezionali che ci hanno permesso di dare una risposta unica. Siamo andati così sotto pressione che se non fossero stati questi fior di professionisti ad andare in autogestione saremmo crollati.
 

Certo, l’emergenza è stata affrontata bene. Ma le fondamenta sono solide? In futuro si deve cambiare qualcosa?
Gli investimenti fatti in era pre-Covid ci hanno permesso di affrontare bene l’emergenza. Non ci siamo trovati senza terapie intensive, non ci siamo trovati con monitor scassati. L’Azienda Zero è stata utile col centro acquisti unico, basti pensare all’acquisto delle mascherine. Insomma, il Veneto ne esce bene, in un momento in cui cominciano a scarseggiare i professionisti, questa è la tragedia vera.
 

C’è chi dice che la sanità privata stia prendendo i primari migliori dal pubblico pagandoli di più. Avverte questo rischio?
Guardi, il Veneto è la regione che, per mia scelta non ha mai aperto in maniera importante al privato. Abbiamo degli operatori privati storici, eccezionali, al punto che molti sono più antichi della sanità del Veneto. Quando ho chiuso il San Camillo di Treviso per farlo ospedale Covid, la suora mi ha detto: “Faccio il quarto voto: dopo castità, carità e obbedienza è arrivato il momento di mettere a repentaglio la vita per gli altri”. Non mi ha detto: “Devo prima parlare con il Cfo”.
 

Perdoni, però i privati fanno shopping nelle corsie degli ospedali pubblici...
Noi investiamo nella formazione dei professionisti e quando diventano star della propria specialità sono attratti da altre opportunità. Ma da qui a dire che scappano tutti ce ne corre: io ho medici, anche giovani, che arrivano dal privato. Sanno che il pubblico non guarda il conto e investe di più. Da noi trova 7 risonanze magnetiche tesla, di là è già tanto se ce ne sono due.
 

Senta, per risolvere la carenza medici non è ora di finirla col numero chiuso a medicina?
Va tolto, lo dico da tempo. Nel 2018 assunsi 300 medici laureati e non specializzati: venne fuori la rivoluzione in Veneto. Col Covid nessuno ha fatto lo schizzinoso.
 

La provincia di Vicenza ha due Ulss: non converrebbe farne una sola come in tutti gli altri casi, a parte Venezia?
Guardi, i contrasti territoriali ci sono sempre anche nelle Ulss più grandi. Bassano è una realtà a sé e, con Asiago e l’Alto Vicentino, ha dimensioni sanitarie ragguardevoli da richiedere risposte specifiche all’area Pedemontana lontana da Vicenza. Non vedo questo problema. 
 

Però ci sono baruffe, volano voti bassi dei politici che bocciano i dg a voto segreto...
Sono contrarissimo al voto segreto. E dirò di più: sono per un voto palese argomentato nel caso in cui non fosse pieno.
 

Dicono che la Pedemontana sarà l’opera per cui sarà ricordato Zaia. È così? 
No, l’opera principale che mi vanto di aver portato a casa è di quella di aver ridato dignità e rispetto al Veneto: oggi il Veneto è sotto i riflettori, prima era periferia dell’impero.
 

La Pedemontana, comunque, resta una stelletta sul petto. O no?
Guardi, dico sempre che io ho ereditato un cadavere eccellente: non c’era niente. Il progetto è del 2002, la gara nel 2006, l’aggiudicazione 2009. C’è stata una battaglia legale e i lavori li abbiamo iniziati nel 2011. Oggi è la più grande opera in cantiere in Italia. Venerdì 8 luglio apriamo il tratto di Treviso: un trevigiano arriverà in Valdastico in mezz’ora e potrà andare a bere un caffè a Bassano in 10 minuti.
 

I residenti vorrebbero agevolazioni. Non è proprio possibile?
Ricordo che non è stata tolta viabilità, anzi, sono stati aggiunti 68 chilometri, vedi per esempio nel Bassanese. Il risparmio che la Pedemontana dà in termini di tempo e sicurezza stradale è pauroso. Strade senza soldi io non le so fare. Ma ricordo che il Veneto è l’unica regione in cui non si paga l’addizionale Irpef. 
 

Parliamo di Vicenza. Lo sa che sento sempre più vicentini, come dire, autorevoli, che pensano che Vicenza sia diventata marginale?
È una preoccupazione che hanno tutte le province. Ma Vicenza è centrale: non tocchi Veneto se non passi per Vicenza, ha un distretto industriale pauroso, esporta più della Grecia. Abbiamo in mente un progetto innovativo per la concia grazie al Pnrr. E poi, scusi, la Tav passerà per Vicenza, non passerà per Treviso. Lo dico perché io vivo in un Comune che è al confine col Friuli, quello sì un po’ marginale.
 

Parliamo di politica e partiamo da Luigi Di Maio e dalla scissione dei 5 Stelle. Se l’aspettava?
Me l’aspettavo da quando riempivano le piazze nel 2003. Scesero in 5000 in piazza a Treviso e qualcuno mi disse che per la Lega era finita. Di Maio ha sostenuto tutto e il contrario di tutto. Non si può governare e accarezzare sempre chi governi. Chi parla è quello che ha chiuso Vo’ per primo, i teatri, le chiese quando i veneti dicevano che il Covid era meno di un’influenza.
 

Ha letto l’intervista di Matteo Salvini sul Corriere di prima delle elezioni di Verona?
Avevo problemi all’iPad, non si aprivano neanche le pagine.
 

Non c’è problema, gliela riporto. Diceva che la Lega paga il prezzo di essere al governo e che i governatori, compresi Zaia e Fedriga, gli avrebbero consigliato di uscire. Davvero?
Salvini è il nostro segretario, punto, non ho altro da aggiungere. La Lega è comunque un partito di governo, volente o nolente. Ha 800 sindaci, i governatori: adesso è impossibile fare la politica dei due forni, fare il barricadero da una parte e il governativo dall’altro.
 

Zaia è stato eletto con percentuali mai viste neanche ai tempi eroici della Dc ma la Lega e il centrodestra perdono un municipio dietro l’altro. Che succede, il marchio Zaia non funziona più?
Non c’è un marchio Zaia. I cittadini votano il sindaco. Il marchio Zaia c’è nel momento in cui mi candido io. Non posso portarmi le croci del centrodestra. Non perché mi chiami fuori, sia chiaro.
 

Non si chiama fuori ma qualcuno pensa che dietro al no di Federico Sboarina a Flavio Tosi ci sia proprio lei. È così poco plausibile?
A Verona, se vediamo i voti del centrodestra, potevamo vincere al primo turno. Quanto a Sboarina, si è mosso autonomamente. È vero che mi ha chiamato e io gli ho detto di fare quello che la sua coscienza gli suggeriva di fare.
 

I leader nazionali, compreso Salvini, non sono stati teneri con l’ex sindaco di Verona...
Li capisco, usano la calcolatrice, ma uno deve fare i conti in casa propria. Io non l’ho condizionato ma lo comprendo. Di qui a dire che il centrodestra è in sfacelo e che il centrosinistra vola, però, ce ne corre. Sommando i voti, mi pare il contrario.
 

L’inflazione corre, la guerra infuria in Europa. Teme un settembre di fuoco nelle piazze?
Siamo davanti a una nuova era glaciale che affronteremo. E mi faccia dire una cosa sull’Ucraina: bisogna lavorare per la pace. Non possiamo essere veicolo di prove muscolari per conto di altri, perché questa guerra, nella quale c’è un aggressore e un aggredito, c’è un problema: fin dal primo giorno i toni sono stati troppo alti da parte di tutti gli altri.
 

Mario Draghi sta trascinando l’Europa in una posizione dura contro la Russia. Non condivide?
Abbiamo messo una star internazionale alla guida dell’Italia e ora i riflettori sono su di noi. Ma fin che qualcuno non si prende la briga di fare un conclave con i russi e chiudere la partita, la crisi si aggraverà. 
 

Ma la tregua devono volerla anche i russi...
I russi sono abituati a magiare pane e cipolla, noi no. Se qualcuno ha pensato di prenderli per sfinimento, ha fatto male i suoi conti.
 

Come se le immagina le Olimpiadi invernali di Cortina?
Una roba strepitosa. Molti politici veneti mi prendevano in giro. Già oggi abbiamo un miliardo di euro di finanziamento. Un’apoteosi per il Veneto.
 

Peccato che Asiago sia rimasta fuori?
Non ce l’abbiamo fatta. Ma ho una sorpresa in serbo per l’Altopiano, che ora non anticipo.
 

Domanda d’obbligo: a che punto siamo con l’autonomia? 
L’autonomia non è una passeggiata ma siamo a buon punto. C’è la legge quadro con un cappello, poi le intese e i contratti. Le intese si firmeranno con le singole regioni sulle quali verrà realizzato un abito sartoriale, vediamo con quante deleghe.
 

Gli italiani hanno il potere di eleggere il sindaco, hanno il potere di eleggere il governatore ma non possono scegliere il premier e i parlamentari, frutto delle alchimie dei partiti. Ma le pare possibile?
Il sistema elettorale del Veneto funziona, il cittadino è protagonista. Io sono per l’elezione diretta del premier e del Presidente della Repubblica. Quindi no, non mi pare possibile.
 

Dove andrà in vacanza?
Farò qualcosa. Per me il riposo è libertà. Spegnere i riflettori.

 

Marino Smiderlde