Veneto

Il dramma a Verona. Il papà delle bimbe: «Non le vedevo da 7 mesi, adesso voglio solo piangere»

«L’ultima volta che ho visto le mie bambine è stato il 24 marzo, sette mesi fa. Le ho incontrate davanti alla questura. Poi di loro non ho più saputo niente, nessuno mi diceva niente e adesso è tutto finito. Tutti mi cercano, mi vogliono parlare, ma io non ho voglia di parlare, io sono nel mio dolore». Sandaruwan Kiriwellage è il papà di Sabadi 11 anni e Sadani, 3, le piccole trovate morte nei loro lettini nella stanzetta che dividevano con la loro mamma da quando, lei, aveva denunciato più volte il marito.

Denunce, la prima è del 2016, che sono sempre state archiviate perchè non hanno trovato alcun supporto, nemmeno dopo le visite mediche sulle bambine ed i fascicoli aperti a carico dell’uomo sono stati archiviati. «Delle mie figlie ho bei ricordi, ridevamo e scherzavamo sempre, giocavo con loro. Poi mia moglie ha iniziato ad avere problemi di testa, ed è stata la fine. Lei è andata dai servizi sociali ed io non ho più potuto vedere le mie figlie». La più grande era stata ricoverata a lungo all’ospedale di Borgo Trento, per una malattia autoimmune.

«Da quando mi hanno detto quello che è successo non faccio altro che piangere, ad ogni parola mi viene da piangere, non trovo le parole per dire come sto. Quando tutto sarà finito potrò finalmente dire quello che ho passato e quello che sto passando», conclude l’uomo. Per un periodo, lui e la moglie con le bambine avevano vissuto in via Marin Faliero, assieme ai genitori di lui. È stato molti anni fa, poi la donna per dissapori con i suoceri aveva voluto andare a vivere da sola con il marito. Lo ricordano ancora gli amici della coppia che gli regalarono mobili usati per arredare la nuova casa. L’uomo aveva sofferto molto sia per le accuse che per la situazione e si era lasciato un poco andare, ma poi si era ripreso.

 

Sono disperati i nonni paterni delle piccole. Nonno Gil nelle ultime ore ha gli occhi sempre arrossati e gonfi di pianto e non fa altro che ripetere a chiunque incontra: «Ma come si può uccidere le proprie figlie? Come si fa a fare un gesto simile?». È un uomo già provato dal destino, ha perduto un altro familiare anni fa, in un incidente sul lavoro. Il suo furgone non posteggiato con il freno a mano tirato bene lo aveva travolto uccidendolo. Ora questa tragedia immane, difficile persino da raccontare.

Ieri pomeriggio davanti all’abitazione dei nonni c’erano altre connazionali, subito hanno glissato alle domande sulla mamma e le piccole, ma poi piano piano hanno risposto: «La conoscevamo anni fa quando abitava qui», dicono le due connazionali, «ma poi non l’abbiamo più vista e il papà della bambine non vive qui, viene ogni tanto. È davvero una storia molto triste», aggiungono, mentre attorno a loro gioca una bambina.

 

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Anche il sindaco Federico Sboarina ieri è tornato alla Casa di accoglienza. Qualcuno ha posto un piccolo mazzetto di fiori bianchi attaccati alla ringhiera del cancello che ospita le mamme in difficoltà. «In queste ore, per agevolare le indagini abbiamo ricostruito assieme al nostro personale quanto successo», ha detto il primo cittadino, «martedì mattina, prima dell’orario scolastico, la donna ha riferito all’operatrice sociale che le figlie non si sentivano bene e che non sarebbero andate a scuola, chiedendo di lasciarle dormire e di avere un antinfluenzale da somministrare. L’operatrice, dopo un po’ che non vedeva nessuno uscire dalla stanza, è entrata per controllare, ha visto le bimbe a letto e la luce accesa del bagno. Pensando che la mamma fosse nella toilette è uscita, rientrando dopo poco per chiamarla. Quando non ha ricevuto risposta è entrata in bagno, dove non c’era nessuno. Avvicinandosi alle bimbe le ha trovate senza vita. La finestra era aperta e probabilmente la mamma se ne era andata da lì per non farsi notare dalle operatrici».

 

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Il resto è cronaca di questi giorni. Le bambine sembrava dormissero, nessun segno di violenza, la stanzetta in ordine. Era stato dato l’allarme, sul posto la polizia, soprattutto gli specialisti della Scientifica, che anche ieri sono tornati in via Ponte. In quella casa d’accoglienza al momento della tragedia, per cui era stato aperto un fascicolo contro ignoti, c’erano altre tre mamme. Subito dopo sono state trasferite in un’altra struttura, e anche ieri, alcune di loro sono tornate sul posto per poi uscire con un trolley, hanno recuperato alcuni indumenti. La stanza che invece usavano mamma e bambine era stata posta sotto sequestro. «Piuttosto che vengano date al padre le ammazzo e mi ammazzo», aveva detto Sachithra.

 

Alessandra Vaccari