«Danni per i Pfas nel sangue dei nostri figli»

Mamme e papà anti-Pfas ieri davanti all’ufficio postale di Lonigo
Mamme e papà anti-Pfas ieri davanti all’ufficio postale di Lonigo
Mamme e papà anti-Pfas ieri davanti all’ufficio postale di Lonigo
Mamme e papà anti-Pfas ieri davanti all’ufficio postale di Lonigo

Cristina Giacomuzzo

LONIGO

Due pacchi grandi così di raccomandate. Tutte con un unico destinatario: Miteni spa, Trissino. Le mamme e i papà anti-Pfas sono passati al contrattacco. Si sono ritrovati, erano oltre una cinquantina, ieri mattina nella piazzetta antistante l’ufficio postale di Lonigo “armati” di maglietta con stampato quel maledetto numero: la percentuale di inquinante presente nel sangue del loro figlio. Da lì una rappresentanza è entrata nell’ufficio dove ha trovato uno sportello riservato (la direzione era stata pre-allertata) e ha spedito le 302 richieste di risarcimento per danni alla società Miteni «ritenuta responsabile della contaminazione, stando all’Arpav e alla relazione dei carabinieri del Noe», si legge. Si tratta solo della prima mossa. «La legge non ci consente di procedere tramite class action. Per cui abbiamo deciso di inviare singolarmente una richiesta di danni contro la ditta. Ci sono genitori che sono riusciti a muoversi in questi mesi estivi e hanno spedito ora la raccomandata: si tratta soprattutto di famiglie di Lonigo (278 per la precisione) e Montagnana (23). Ma ne seguiranno altre. In molti poi hanno deciso di spedire tramite Pec, la posta elettronica certificata», precisano Monica Paparella di Brendola e Stefania Polato di Alonte, portavoce del gruppo.

SANGUE E PLASMAFERESI. I residenti della cosiddetta “zona rossa” dei Pfas, fortemente inquinata tra Vicentino, Padovano e Veronese, dopo essere stati contattati dalla Regione per un primo screening, sono spaventati e affranti. «Adulti e bambini: siamo tutti contaminati da questi prodotti industriali che abbiamo bevuto insieme all’acqua per anni senza sapere che ci stavano avvelenando. Siamo preoccupati e ci sentiamo abbandonati», spiegano a più voci. Il sistema sanitario regionale è in azione da anni per muoversi scientificamente su un terreno senza regole perché non ha precedenti. Molti sono stati contattati di recente anche per un secondo incontro. Ed è stata proposta loro la plasmaferesi, il “lavaggio” del sangue. Come a Beatrice, appena 16 anni, di Lonigo. Lei ha i valori di Pfas alle stelle. «Fortunatamente sto bene e anche i parametri del sangue sono a posto. Altri miei coetanei sono meno fortunati. Nonostante questo i medici della Regione mi hanno contattata al Distretto e lì mi hanno proposto la plasmaferesi. Ho ricevuto pareri discordanti su questa procedura. Altri medici sostengono che si tratti di una soluzione mai sperimentata e che sia rischiosa. Non so sinceramente ancora cosa farò. Ma sono molto preoccupata e in ansia».

RACCOMANDATE. E chi pagherà? Se da una parte la Regione assicura loro la presa in carico sanitaria, le mamme della zona rossa sono sul piede di guerra. Alcune di loro, avvocati, in collaborazione con altri legali, hanno elaborato tre tipologie di lettere spedite ieri alla Miteni. Il primo tipo chiede un risarcimento e si riserva di quantificare il danno in un secondo momento, ma intanto allega le analisi con i valori fuori norma del sangue. Il secondo tipo chiede danni per l’inquinamento del pozzo artesiano allegando le concentrazioni oltre i limiti. E un terzo tipo avanza richiesta per danni morali senza allegati. «Ciascuna di queste, poi, sarà girata alla Procura con singoli esposti», annunciano le portavoci. La consigliera regionale Cristina Guarda (Lmp) commenta: «Le mamme e i papà della zona rossa stanno cambiando il futuro dei propri figli con azioni lungimiranti e significative dando un esempio di cittadinanza attiva ammirevole. Ora servono chiarezza sulle responsabilità e soluzioni concrete».

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