Fondazione Zoé

Con le mail e i social
si torna a scrivere
È una buona cosa

Il semiologo, scrittore e giornalista Stefano Bertezzaghi
Il semiologo, scrittore e giornalista Stefano Bertezzaghi
Stefano Bartezzaghi

 

VICENZA. Quando il gioco diventa un lavoro. Ecco Stefano Bartezzaghi, 55 anni, semiologo, giornalista e scrittore, autore di rubriche sui giochi, sui libri e sul linguaggio per “La Repubblica” e “L’Espresso”, conduttore radiofonico, consulente culturale per la Rai. Per lui le parole non hanno segreti e nemmeno l’enigmistica, sia essa fatta di anagrammi, rebus o cruciverba. Passione condivisa e discussa. Ne parlerà a “Vivere sani, Vivere bene”, della Fondazione Zoé, Zambon Open Education, oggi alle 11 al palazzo delle Opere sociali. Cercherà di spiegare il complesso rapporto tra la mente e le parole: giocare con queste ultime ci fa bene? Il linguaggio racconta qualcosa della natura della nostra mente e delle nostre abilità? Quanta memoria si deposita nelle parole? Quesiti importanti in un momento in cui il linguaggio ha subito trasformazioni epocali, basta pensare alle piattaforme social.

 

Professore, giocare con le parole è utile?

Non posso affermarlo con certezza, sarebbe bello. Sicuramente il buon senso ci fa dire che i giochi enigmistici tengono la mente sveglia negli anni ed ho potuto notarlo su alcune persone anziane che mantengono competenze linguistiche direi intatte.

 

Insomma, la Settimana enigmistica ci allunga la vita.

Diciamo che in questi anni ho visto enigmisti longevi e non certo rincoglioniti, mi passi il termine, ma rende meglio il concetto. Ho studiato con Umberto Eco e lui sosteneva che l’enigmistica rimane un buon antidoto contro l’Alzheimer e su di lui ha funzionato, dal momento che è morto mantenendo intatta la sua acuta lucidità.

 

Ma è vero che il professor Eco rientrava a casa prima delle 20 per poter vedere la soluzione di un programma televisivo che permetteva ad un concorrente di avere a disposizione cinque parole e doveva trovarne una sesta che fosse collegata a tutte le altre?

Certo, secondo lui era geniale, poi era proposto in televisione dove i giochi di questa pertinenza sono sempre stati pochi, fatta eccezione dei grandi cruciverba. Ne parlò lui stesso nella trasmissione di Fabio Fazio e ricordo che il conduttore mi chiese di preparare una serie di parole. Poi ci fu qualche pasticcio...

 

Professore, quanto ci aiutano le parole?

Non possiamo immaginarci senza un linguaggio, e se mancasse non potremmo pensare. Le parole danno una forma ai pensieri che a loro volta sono fatti di suoni e di lettere con i quali percepiamo i significati.

 

Aveva ragione il regista Nanni Moretti quando nel film “Palombella rossa” diceva “chi parla male, pensa male e vive male”.

Viene citata in continuazione, è un sorta di file audio che viene mandato spesso anche alla radio e mi sembra esagerato. Cambiando le parole mutiamo anche le cose e può diventare politicamente, e non solo, erroneo e pericoloso.

 

La parola che la urta di più?

Per mestiere mi vanno bene tutte, è sufficiente che siano diffuse, così le posso utilizzare per i cruciverba. Detto questo ci sono definizioni che prendono altre sorti, che il destino cambia e tra queste c’è, in questo momento, resilienza. Diciamo che mi infastidisce un po’. Si tratta di un concetto interessante, ma è diventato epidermico come empatia e l’uso allargato che ne deriva. Chiamiamole mode, speriamo passino.

 

Che cos’è l’educazione linguistica?

Premettiamo che il linguaggio di ognuno di noi è determinato dal posto in cui viene al mondo, dalle esperienze fatte.

 

Certo, ma chi dovrebbe insegnarci ad usare bene le parole?

La scuola. Anche la degenerazione linguistica ed espressiva dei media dipende delle carenze del nostro sistema scolastico. Lo scarso prestigio e la bassa considerazione di cui soffre la scuola nel nostro Paese è un segno di come vengono giudicate cultura e parole.

 

 

Come cambiare registro?

Insegnare, per esempio, che interloquire con il proprio compagno di banco e comunicare con un professore presuppone linguaggi differenti, sarebbe già molto. Nella nostra società abbiamo introdotto, a carichi crescenti, il registro informale: il parlamentare in aula utilizza espressioni gergali, se non addirittura volgari. Ecco, la scuola dovrebbe avere una funzione più imperniata sulla lettura e sull’ascolto. Ai miei studenti spesso propongo frasi di autori e poi chiedo loro un’analisi del testo, perché vengono usate determinate parole e non altre. Direi che lo scoglio della comprensione è difficile da superare.

 

È abbastanza grave quello che sta sostenendo.

Non è un giudizio morale, può accadere all’università come nelle scuole di primo e secondo grado e la colpa non è dei docenti, ma del contesto che non ci porta a questa acquisizione.

 

E i social come hanno cambiato le nostre abitudini?

Prima delle piattaforme ci sono stati le e-mail, gli sms, le chat, i blog. Ed hanno rappresentato un grande ritorno alla scrittura che è tornata ad essere un fenomeno interessante grazie al moltiplicarsi delle forme espressive. E siccome la comunicazione scritta è sempre una forma di comunicazione meditata, credo sia una buona cosa.

 

Scriviamo di più e leggiamo meno?

Spesso sono in metro e vedo molti giovani e non solo, con il cellulare in mano; non so se stanno giocando, leggendo un articolo interessante postato su Facebook, diciamo che scrittura e lettura sono più veloci e immediate.

Chiara Roverotto