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Veneto

La prof ha il Parkinson, dagli studenti una poesia in rima. Lei: «Ce la metterò tutta per tornare a scuola»

La professoressa del liceo di San Bonifacio, Paola Burato, deve affrontare un intervento. L'affettuosa reazione della 4B
La professoressa Paola Burato, la diagnosi di Parkinson risale al 2008
La professoressa Paola Burato, la diagnosi di Parkinson risale al 2008
La professoressa Paola Burato, la diagnosi di Parkinson risale al 2008
La professoressa Paola Burato, la diagnosi di Parkinson risale al 2008

Convive con il morbo di Parkinson da 15 anni, malattia che finora le aveva permesso di fare comunque il suo mestiere, che svolge con passione e doti professionali riconosciute: insegnare. Ma il progredire della malattia, purtroppo, non le ha concesso di tornare da settembre alla sua cattedra al liceo Guarino Veronese di San Bonifacio.

A breve, Paola Burato, 61 anni, di Belfiore, si sottoporrà ad un delicato intervento per ridurre gli effetti della sua patologia. Ma per quest’anno di insegnare italiano non se ne parla. Così, al suo 35esimo anno di insegnamento, Paola, che è stata anche una consigliera comunale, è stata costretta a fermarsi, con la speranza che le sue condizioni di salute migliorino.

La reazione in rima

Una notizia che a scuola ha scosso i suoi studenti. Specie la classe terza B, dove lo scorso anno Burato ha insegnato. I suoi studenti ora in quarta, alla vigilia del suo ricovero in ospedale, hanno voluto farle una sorpresa. Un fattorino si è presentato alla porta dell’insegnante e le ha consegnato un mazzo di fiori. Il bigliettino diceva «Dalla sua 4 B». Una sorpresa che per la prof è valsa più di un farmaco.

I ragazzi le hanno scritto una poesia in rima, struggente e simpatica, per dirle che manca a tutti loro e che i suoi insegnamenti hanno contato tantissimo. «Con il canto 26 in quarta siamo arrivati. Ma senza di lei siamo disperati», hanno scritto, «ci manca veramente tanto e di Dante non capiamo un canto. Come Penelope, Ulisse voleva aspettare, non vediamo l’ora di vederla tornare. Come Catullo, mille baci vorremmo darle, ma solo i fiori possiamo portarle». Per concludere con un asterisco: «Il doppio come è studiato, anche l’anafora abbiamo calcolato. Dalla sua 4B»

Burato ha insegnato per 17 anni in una scuola paritaria di Verona e da quasi 18 anni è al liceo Guarino Veronese. «A causa del Parkinson, non ho ancora potuto iniziare il mio anno scolastico e temo che per quest’anno dovrò rinunciare», dice con rammarico la professoressa, «al contatto quotidiano con i ragazzi, al delicato compito di aiutarli a crescere, a orientarsi nella vita, a fornire loro gli strumenti per elaborare un proprio pensiero critico, a nutrire i loro talenti, silenziati da una società che vuole ragazzi tutti uguali, omologati, rinunciatari di fronte alle sfide».

Una vita in classe tra i ragazzi

«Ci descrivono come insegnanti incapaci di scalfire l’indifferenza dei giovani, quasi fossero prigionieri di un autismo delle emozioni», prosegue Burato, «supinamente piegati sugli schermi digitali, in una parola: fragili». «Dopo aver incontrato nel mio lavoro più di mille ragazzi e ragazze, con le contraddizioni dell’adolescenza, la fatica di stare sui libri, il desiderio di comprensione, lo stupore per la vicinanza sentimentale di autori lontani nel tempo, vorrei dire a chi denigra la scuola che, per i giovani, essa è forse l’ultimo approdo sicuro nel mare dell’esistenza».

Alla scuola si sta pensando per intervenire sul problema della violenza di genere. «Sono passati 35 anni dal mio primo ingresso in classe», ricorda Burato, «mi tremavano le gambe, temevo il giudizio di ragazzi poco più giovani di me. Ma avevo l’audacia dell’età e passione per le mie materie. Ora, che sono costretta ad uno stop, faccio i conti con la mia fragilità e mi concedo un bilancio della mia esperienza di docente. Sono grata a tutti i giovani che ho incontrato, perché mi hanno obbligata ad andare avanti, a mettermi in gioco, a vincere le mie paure, soprattutto negli ultimi anni quando ho dovuto far coesistere lavoro e malattia, dalla diagnosi di Parkinson in poi, nel 2008. Ho sicuramente seminato, ma ho anche già raccolto», conclude l’insegnante. Ora ce la metterà tutta per tornare.

Zeno Martini

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