VicenzaOro

Il Club degli orafi: «Il made in Italy punta sugli Usa E i grandi brand si rafforzano»

Il presidente Giorgio Villa parla di buone prospettive secondo lo studio redatto con Intesa Sanpaolo
Vicenzaoro brilla in modo particolare grazie ai 1.300 espositori da 36 Paesi (Toniolo/Colorfoto)
Vicenzaoro brilla in modo particolare grazie ai 1.300 espositori da 36 Paesi (Toniolo/Colorfoto)
Vicenzaoro brilla in modo particolare grazie ai 1.300 espositori da 36 Paesi (Toniolo/Colorfoto)
Vicenzaoro brilla in modo particolare grazie ai 1.300 espositori da 36 Paesi (Toniolo/Colorfoto)

Un settore sano, con buone prospettive per il 2023, grazie soprattutto al traino degli Usa. Ma che deve fare i conti con occupazione, produttività e costo del lavoro. È un quadro positivo quello tracciato da Giorgio Villa, presidente del Club degli Orafi, che nella prima giornata di fiera ha presentato lo studio condotto in con Intesa San Paolo.

Presidente, in che contesto è stata inaugurata Vicenzaoro?

Decisamente positivo. A partire dal fatto che dalla fondazione non ci sono mai stati così tanti espositori. È un trend in salita da tanto e tempo e ci sono tutti i presupposti perché possa continuare.

Come vanno i mercati?

Quelli più importanti non hanno risentito molto della pandemia, per cui i brand, che stanno crescendo molto, hanno continuato a farlo in maniera importante. La Cina è sempre un mercato di riferimento molto importante, ma il made in Italy sta puntando molto sugli Usa, che continuano ad essere trainanti e ci sono presupposti di continuità per il 2023.

Tanto oro italiano è anche unbranded

Assolutamente sì, ma la percentuale è in continuo calo rispetto a quella dei marchi e anche questo è un segnale, nel senso che la globalizzazione va in questa direzione.

A proposito di Usa, soprattutto negli States negli ultimi tempi c'è stato uno spostamento degli acquisti di prodotti non a marchio dall'Oriente all'Italia.

È un segnale che il mondo comincia a essere più esigente e attento a quello che compra. Il problema oggi è la produttività: ci sono dei colli di bottiglia per cui il mercato è alla ricerca di personale specializzato. I grandi brand stanno quindi facendo acquisizioni per aumentare la loro produttività.

Questa mancanza di personale si lega alla questione della formazione.

Se ne parla molto, ma alla base c'è la mancanza di informazione. Deve arrivare ai giovani che quello orafo è un settore bello e ben pagato, messaggio che adesso non arriva.

Dopo il Covid è arrivata la guerra, con conseguente incremento dei costi dell'energia. Il settore ne ha risentito?

È una situazione in evoluzione. Sta impattando sicuramente anche perché quello russo era un mercato importante per certi produttori. Ed è in evoluzione anche per le materie prime. La Russia e gli stati a lei collegati sono grossi produttori di oro e pietre, per cui un riflesso sui mercati c'è, e può essere anche in atto una guerra finanziaria per contenere l'embargo o la lievitazione di certi prezzi che possono portare vantaggio alla Russia. È una situazione incerta.

Come si sta comportando l'oro?

Continua a essere un bene rifugio per eccellenza e quest'anno è salito ancora, di circa il 5% dall'inizio dell'anno. Non ci sono grossi sbalzi, quindi per il settore che deve mantenere il prezzo per un certo periodo questo è positivo. Sembra che questa stabilità ci sia, anche se la tendenza alla lunga è al rialzo.

La sostenibilità è uno dei temi della fiera e del settore, come si sta evolvendo?

Ormai è un argomento in tutte le aziende, che lo affrontano partendo dalle cose più semplici, come la sostenibilità ambientale e la produzione. Ma nel nostro settore tutto questo parte dall'oro etico e dalle pietre etiche, un percorso iniziato già da tempo che è diventato preponderante. Si parla di Rjc Coc, che significa la tracciabilità di tutti i lotti specifici d'oro e ormai il mercato dei brand utilizza solo questo. Fuori sono rimasti solo alcuni no brand e i piccoli.

E il consumatore?

È molto attento alla sostenibilità, ma difficilmente chiede se l'oro è etico e certificato. Sulle pietre c'è stato invece più dibattito e l'opinione pubblica ha cominciato ad aprire gli occhi riguardo a un discorso di sostenibilità, di lavoro minorile, di sfruttamento e su quello man mano si sta lavorando. In questo campo la grande questione è capire se una pietra sia naturale o di laboratorio. Nel mercato c'è spazio per tutti, l'importante è che il consumatore sappia cosa compra.

All'inaugurazione c'era il ministro Adolfo Urso. Che richieste può fare il settore alla politica e quali sono le questioni che vanno affrontate immediatamente?

Credo che la politica sia sempre più attenta all'imprenditoria. Il lavoro e la gestione del contratto di lavoro sono questioni fondamentali. Oggi abbiamo un costo del lavoro molto alto, anche se è vero che iniziano ad esserci contratti di apprendistato che possono aiutare chi vuol far crescere delle persone, quindi la direzione mi pare che sia abbastanza buona.

Maria Elena Bonacini

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