11.02.2020

«Per gli Usa la priorità resta ancora l'Europa»

Dario Fabbri, consigliere scientifico della rivista Limes
Dario Fabbri, consigliere scientifico della rivista Limes

"Il mondo non si è fermato mai un momento", cantava mezzo secolo fa Jimmy Fontana. Vale oggi come allora. Nemmeno negli ultimi 12 mesi il mondo si è fermato un istante e di cose ne sono successe parecchie in chiave di equilibri geopolitici e di strategie. A fornire il quadro d'insieme di quel che è capitato nel mondo nel 2019 è stato Dario Fabbri, esperto di geopolitica e consigliere scientifico della rivista Limes. Il quale è partito da quello che è, da sempre, l'attore protagonista sulla scena internazionale. Gli Stati Uniti. Un paese diventato difficile da inquadrare, a partire da una domanda di fondo: ma perché gli americani sono così arrabbiati? «La rabbia che il presidente Trump incarna si rintraccia nel paese - ha osservato l'esperto -. Gli americani vivono quella che in geopolitica si chiama fatica imperiale: essere i "numero uno" del pianeta può sembrare da fuori una sorta di condizione da paradiso terrestre, ma in realtà ha una conseguenza molto gravosa per chi la vive, perché vuol dire perseguire innanzitutto un atteggiamento di belligeranza permanente, stare sempre in guerra ovunque, almeno in modo potenziale».

 

Una sorta di stress da primi della classe, insomma, che porta oggi molti a chiedersi perché mai debbano essere sempre loro a "tirare la volata" per tutti.«Gli americani hanno chiesto prima a Obama e poi a Trump tre grandi promesse: tornarsene a casa, far pagare di più gli altri per accedere al sistema statunitense - e qui entrano in gioco i dazi - ed evitare che il paese sia aperto verso ogni forma di globalizzazione». Promesse che, secondo Fabbri, il presidente americano ha fin qui disatteso. «Nonostante la percezione sia diversa, in realtà i contingenti militari americani all'estero in questi anni sono aumentati ovunque nel mondo, non sono diminuiti: il disimpegno non esiste. E la promessa di diminuire il deficit commerciale è rimasta sulla carta, perché in realtà il deficit è aumentato. Anche la promessa di disincentivare l'ingresso di immigrati non è stata mantenuta: i dati ufficiali mostrano che da quando è stato eletto la popolazione straniera è aumentata di 2,5 milioni». Insomma, in un contesto come quello che il mondo continua a proporre, l'America non può smettere di essere "liberoglobale": «Anche non volendo, gli americani resteranno i gendarmi del pianeta». Una cosa sicuramente cambiata con l'arrivo di Trump c'è, ed è l'atteggiamento verso la Cina, diventato molto più aggressivo. «Al di là dei dazi in sé, che cercano di creare un evidente danno alla Cina, gli Stati Uniti si sono concentrati sulla guerra tecnologica, aspetto che ha una connotazione fortemente geopolitica e che, senza giri di parole, punta a non consentire alla Cina di spiarci come fanno gli americani, che puntano ad avere il monopolio delle informazioni e dei dati del pianeta».

 

Ma non c'è soltanto la Cina nei pensieri americani. C'è anche la Russia, dove gli Usa giocano una partita che guarda all'Europa. E qui attenzione, ha detto Fabbri: non bisogna credere davvero che per gli Usa l'Europa sia un contesto secondario: si andrebbe fuori strada. «Gli Stati Uniti non aprono alla Russia, che pure è in grosse difficoltà, perché hanno la sensazione che facendolo potrebbero perdere l'Europa, che per l'America resta ancora il continente più importante. Qualcuno crede che siamo nel secolo asiatico, ma oggi la realtà è che gli americani, che dominano l'Europa, dominano il pianeta ma non l'Asia; quindi l'evidenza dice che non dominando l'Asia si può dominare il pianeta, mentre non si sa se vale il contrario. Aprire alla Russia, per gli Usa, vorrebbe dire rendere l'Europa libera di avvicinarsi a quel paese in maniera troppo pericolosa».

 

E dalla Brexit cosa dobbiamo aspettarci? «Quello è un problema soprattutto del Regno Unito - ha detto Fabbri -. La Brexit è stata usata strumentalmente dalle nazioni che compongono il Regno Unito per perseguire i propri obiettivi interni: gli inglesi per staccarsi dal continente credendo di riproporre il loro dominio su scozzesi e irlandesi del nord; gli altri per sottrarsi al tallone storico dell'inghilterra. Nei prossimi anni assisteremo ancora a questo scontro interno».

Stefano Tomasoni
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