13.02.2020

«Non c'è economia immune da recessioni»

Carlo Cottarelli durante l'intervento al convegno di Soave
Carlo Cottarelli durante l'intervento al convegno di Soave

Difficile immaginare Carlo Cottarelli prendere tre al liceo. Invece è successo, lo ha ricordato lui stesso di recente su twitter: «L'unica volta che ho copiato è stato al mio primo esame di greco in quarta ginnasio. L'ho fatto da uno che ha preso 4, io ho preso tre. Poi ho smesso». L'episodio gli servì da lezione, come dovrebbe essere quando si fa un'esperienza negativa: si prende atto dell'errore e si cambia registro. Un po' quello che Cottarelli, dal suo incarico di direttore dell'Osservatorio sui conti pubblici italiani e da ex commissario per la revisione della spesa, sta cercando di far capire da anni a chi ha in mano le sorti dell'Italia: serve cambiare registro per quanto riguarda la spesa dello Stato.

 

Professore, che prospettive vede, lei, per l'economia?

A livello mondiale la situazione è relativamente stabile. A meno di choc, come potrebbe essere una ripresa della guerra dei dazi, il Fondo monetario internazionale guarda al 2020 come a un anno in cui si cresce più o meno del 3% a livello mondiale. All'interno di questa situazione, però, l'Europa continua a crescere poco. La Germania è ferma, ma non è caduta in recessione e questa è già una notizia, perché era in espansione dal 2011, e prima o poi le recessioni arrivano.

 

Nemmeno la Germania ne è immune?

No, nessuna economia è immune da recessioni. C'è un fatto, però: un'economia come quella tedesca se dovesse andare in recessione, la supera. Se andiamo in recessione noi, temo che si scatenerebbe un attacco speculativo e una crisi di fiducia, perché il nostro debito pubblico, già alto, in una recessione riprenderebbe a crescere. A quel punto sarebbe un problema di fragilità, perché noi abbiamo un'economia relativamente esposta a queste sorprese esterne. Comunque al momento la Germania è ferma, come siamo fermi noi.

 

Ecco, perché l'Italia è ferma?

Perché c'è stato un rallentamento in Europa. Perché l'anno scorso c'è stata instabilità, lo spread a un certo punto era tornato ad aumentare. E perché da vent'anni cresciamo meno del resto del mondo. Per una serie di cause. Alcune ce le portiamo dietro da tantissimo tempo: troppa burocrazia, lentezza della giustizia, livello di tassazione troppo alto. In più abbiamo avuto un problema di adattamento all'euro.

 

In che senso? Abbiamo perso competitività. Ma non perché fosse un destino, quanto perché dopo  l'entrata nell'euro abbiamo perseguito delle politiche sbagliate: vent'anni fa il governo, arrivata la moneta unica, ha ricominciato a spendere alla grande, e questo ha messo pressione sui prezzi e ci ha fatto perdere competitività.

 

Perciò non c'entra la famosa faccenda del cambio con il quale l'Italia è entrata nell'euro?

No, il cambio più o meno è stato ragionevole. Dopo, però, abbiamo continuato a mantenere un aumento dei prezzi e dei costi più elevato che in Germania.

 

Lei ha detto recentemente che negli anni migliori, dal 1993 al 2007, non abbiamo pensato di aggiustare i conti pubblici...

Esatto. Fino al 1999 abbiamo messo a posto i conti: se prendiamo il bilancio dello Stato e togliamo la spesa per interessi, vediamo che nel '99 avevamo maggiori entrate rispetto alle spese pari a 5 punti percentuali di Pil. Nel 2006 siamo arrivati a 1 punto. Gli altri ce li siamo spesi. Questo ci ha impedito di avere un debito pubblico in grado di scendere rapidamente. Inoltre la spesa ha messo pressione sull'economia e i prezzi hanno continuato a crescere più che in Germania. Finché non c'era l'euro poteva anche essere perché la lira ogni tanto si svalutava. Ma una volta entrati nell'euro, questo ha fatto perdere all'Italia per anni la capacità di esportare.

 

Oggi le imprese italiane sono in salute dal punto di vista strutturale?

Quelle che sono sopravvissute sì. Il problema è che non ci sono tutte le imprese che potrebbero esserci se ci fosse meno burocrazia e una tassazione più bassa.

 

Qualche settimana fa lei ha lanciato la proposta di una "world tax organization" per una maggiore armonizzazione delle politiche di tassazione a livello mondiale. Una sorta di Onu del fisco?

Uno dei problemi delle economie mondiali è quello delle multinazionali che non si riesce a tassare perché si spostano da un posto all'altro del mondo a seconda del diverso livello di tassazione. Giocano sul fatto che i vari paesi si fanno concorrenza tra loro per attirarli, con il risultato che non pagano le tasse. Questo si risolve soltanto se i 200 paesi del mondo non si fanno più concorrenza tra loro. Succede che ce la si faccia anche in Europa, con paesi come Irlanda, Olanda e Lussemburgo che tengono le tasse troppo basse. Ecco, almeno in Europa si arrivi a qualche accordo. Però sarebbe utile farlo a livello mondiale.

 

C'è chi sostiene però che questa idea porterebbe a un livellamento verso l'alto della tassazione, non verso il basso.

Bè, le grandi multinazionali pagherebbero più tasse. Stiamo parlando infatti delle grandi imprese. La maggior parte delle piccole medie imprese di un paese non può spostarsi altrove. Non c'è contraddizione nel dire che a livello mondiale le grandi corporation dovrebbero pagare più tasse e che a livello locale sarebbe utile abbassare la pressione fiscale per le persone e le famiglie, che non hanno la possibilità di saltare da un paese all'altro. 

Stefano Tomasoni
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