GIUSEPPE LELJ

«Vincevamo perchè non c’erano schemi»

Giuseppe Lelj con Paolo Rossi
Giuseppe Lelj con Paolo Rossi
Giuseppe Lelj con Paolo Rossi
Giuseppe Lelj con Paolo Rossi

Una leggera brezza soffia sulle gradinate del Menti, è un piacevole pomeriggio di sole, e Giuseppe Lelj sorseggia un caffè al tavolino del Bar Stadio; lì, a due passi da dove la sua carriera ha preso il volo, a suo agio come quando, con i baffi spessi e il numero 2 sulla schiena, battagliava in campo con Altobelli, Pulici e Bettega. Sono passati quarant’anni da quelle sue due stagioni in biancorosso, eppure, a giudicare dall’entusiasmo che lo anima nel ricordarle, esse sembrano appartenere all’altro ieri. «Ho avuto la fortuna di assaporare un momento straordinario della storia di questo club. Nonostante la nostalgia, parlarne è come ringiovanire, anche se con le parole non si può rendere l’esatto valore di quei momenti».

E pensare che l’impatto con la città non fu dei migliori. «Approdo a Vicenza nell’estate del ’76, tramite la Fiorentina, di rientro dalla Sampdoria, dov’ero incappato in un fastidioso infortunio; avevo bisogno di riscattarmi, di dimostrare quale giocatore potevo realmente diventare. Ricordo il caldo asfissiante di quel giorno: mi sistemo in hotel, faccio un giro nei dintorni, ma per strada non incrocio anima viva, pensavo davvero che se ne fossero andati tutti. Chi poteva credere che nel giro di poco si sarebbe creata una tale simbiosi tra squadra, società e tifosi?».

Anche le prime amichevoli non fanno sperare benissimo. «In estate Salvi aveva addirittura le valigie in mano. Ma di lì a poco cominciamo a ingranare e Giancarlo si convince che la squadra possa essere competitiva. E così rinnova il contratto, con l’aggiunta di un premio promozione. All’inizio siamo farraginosi, ma un po’ alla volta ci compattiamo, acquisiamo ritmo, e vinciamo addirittura quattro partite di Coppa Italia contro squadre di livello. Ricordo in particolare la prima uscita ufficiale: affrontiamo la Samp, e la spuntiamo per 1 a 0 con rete mia, il classico gol dell’ex».

E poi in Veneto Lelj ritrova il tecnico Fabbri, «un papà che mi ha accompagnato lungo tutta la carriera, dagli esordi a Giulianova, fino ai miei ultimi anni alla Reggiana». Col senno di poi, pare il segno premonitore di un miracolo sportivo che si realizzerà come la più perfetta delle congiunzioni astrali. «Basta guardare alla mia storia personale: faccio 38 partite più coppa il primo anno di B, e oltre 30 partite nel campionato successivo in serie A, senza nessun infortunio, mentre venivo da due annate sfortunatissime».

La stagione 77-78 è quella dell’apoteosi. «L’obiettivo era salvarci, e invece dopo qualche partita ci sembrava di giocare contro squadre di C. Credo che buona parte dei meriti vada a Fabbri, capace di dare ad ognuno i giusti stimoli, e alla fortuna di aver visto sbocciare un talento puro come Rossi». Tutto fila liscio, al di là di qualsiasi teoria. «In altre società c’era una disciplina molto rigida, mentre a Vicenza godevamo di ampia libertà. Sapevamo ad esempio che molte squadre seguivano una dieta rigorosa, mentre alla nostra tavola non mancavano mai vino, formaggi, salumi e quant’altro. Tutti si chiedevano come facessimo poi a vincere». Ma una vera e propria formula sfugge. «Un giorno Galeone viene persino a prendere appunti durante gli allenamenti di Gibì. Dopo venti minuti si ferma: che appunti poteva prendere? Da noi contava la tecnica, il tocco di palla e poco altro. Eravamo fuori da ogni schema, però lavoravamo senza nessuna invidia reciproca, e ci divertivamo tantissimo: la bellezza di quegli anni è stata proprio il piacere assoluto di giocare e di dare spettacolo in campo».

Forse è proprio nella felice alchimia tra compagni che si cela il segreto di quel collettivo. «Il nostro rapporto era molto spontaneo anche al di là dell’ambito professionale. Si pranzava sempre assieme, e poi alle cene dei club eravamo noi ad aprire le danze, e le chiudevamo pure! Andavamo in gruppo ovunque: il venerdì a cena dal cugino di Galli, mentre la domenica sera il più delle volte ci trovavamo in discoteca a Fimon, non serviva nemmeno darci appuntamento».

Tra tanti dolci ricordi, però, c’è spazio anche per un pizzico di rammarico. «Noi non abbiamo mai sentito la pressione psicologica di trovarci alla pari con le grandi del calcio italiano. Eravamo sbarazzini, pensavamo solo a vincere partita per partita, non si guardava più in là. E forse è anche per questo che alla fine siamo arrivati solo secondi, la mia impressione è che non ci abbia mai davvero sfiorato il pensiero di conquistare lo scudetto». Poi l’anno dopo Lelj ritorna a Firenze. Rossi viene riscattato a cifre insostenibili e l’orchestra meravigliosa del biennio precedente comincia a stonare. «Ho scelto io di vestire nuovamente il Giglio, ma a posteriori non so se lo rifarei. Ciò che avevi qui a Vicenza non potevi trovarlo da nessun’altra parte, dico quello che vivevi quotidianamente con la gente. Ho molto sofferto per la successiva retrocessione in B, anche perché tornavo spesso per ritrovare i miei ex compagni di squadra». Un rapporto che rimane saldo ancora oggi, com’è noto: «nessuno manca mai alle nostre rimpatriate. Sono pezzi di vita che nessuno può cancellare: si torna sempre dove si è stati bene».

Andrea Mainente