I DERBY DI PROVINCIA

Quando Thiene, Bassano e Schio erano le corazzate da battere

Chi dice che un derby fra due squadre è soltanto una partita di pallone, probabilmente non ha mai dedicato un palpito del cuore a un gol rocambolesco, a una rimonta insperata o a una sconfitta bruciante contro gli avversari di sempre. In fondo i derby sono il fuoco che accende l’immaginario collettivo di una città e che si alimenta di antiche faide sportive, di vecchi screzi tra campanili confinanti e di aspettative che culminano in 90 minuti da cardiopalma: li si possono attendere anche per anni e spesso, come si dice, valgono un’intera stagione. Il primo derby, poi, è un po’ come il primo bacio. Ci si ricorda tutto con esattezza: del risultato, dei marcatori, di chi ci ha accompagnati allo stadio; e così, come le madeleine di Proust, l’odore di una sciarpa o la schiuma di birra che ridisegna di bianco i contorni delle labbra bastano a rievocare nel tifoso le immagini della sua prima volta. Il Vicenza dell’epoca che inizialmente si afferma come colosso del calcio veneto, risente degli strascichi della Grande Guerra, da cui la rosa e il capitale societario escono decimati. Così tra il ’20 e il ’30 il club vede ridimensionarsi di molto le proprie ambizioni: archiviati i fasti del decennio precedente, quello che viene è un susseguirsi di campionati minori in cui non sono rari i match con altre squadre della provincia. Nell’inferno della Seconda divisione, l’allora terzo livello del calcio italiano, si arriva a toccare uno dei punti più bassi della storia dei biancorossi, e il campionato 1927-28 li vede agonizzare in fondo alla classifica del gruppo E in cui sono stati inseriti. Sei sconfitte e nessuna vittoria nei soli turni d’andata proiettano l’ACVI dritta verso la retrocessione, scongiurata alla fine del campionato per via dell’ennesima riorganizzazione dei gironi federali. Tuttavia se l’on. Tullio Cariolato – il presidente di allora – alza lo sguardo verso piazzamenti più decorosi, non può che arrossire di vergogna osservando la supremazia dello Schio, del Bentegodi Verona e, soprattutto, di un Thiene che termina la stagione con uno storico terzo posto. Nonostante il rischio del baratro, l’anno successivo il Vicenza è accolto sotto l’ala protettrice del marchese Roi e comincia a rivedere la luce: la squadra, inserita nel medesimo girone con Schio, Valdagno e Bassano, disputa un buon campionato che si conclude sfiorando addirittura una promozione. Promozione che sfuma in un confronto contro i cugini bassanesi per via delle intemperanze della tifoseria vicentina, dalle quali matura una sconfitta a tavolino che costringe la squadra paesana a cedere il passo alla Clarense Chiari e alla Pro Palazzolo. Ma il primo slancio per il ritorno nel calcio che conta è rimandato di un solo anno. Ancora una volta impegnata con le vicine di casa, la formazione alle dipendenze di mister Wilhelm ora trita le avversarie a suon di risultati degni di Wimbledon: 17 vittorie su 20, tra cui un sonoro 9 a 0 contro i biancazzurri di Valdagno. Poi nel 1931, in Prima Divisione, è tempo per un’altra, inedita “stracittadina” giocata in un campionato ufficiale: i biancorossi affrontano infatti i ragazzi del Lonigo, su cui si impongono per 3 reti a 2 nella gara d’andata, senza che però i leoniceni abbiano l’occasione di una rivincita, giacché si ritirano a stagione in corso. L’anno successivo è quello del definitivo cambio di marcia, che vede il Vicenza rifilare delle altisonanti sconfitte ai team di Schio e Thiene: tre, quattro e addirittura cinque gol di scarto, che lasciano l’amaro in bocca ai supporters dell’alto vicentino, abituati a scendere in bici fino al capoluogo pur di sostenere i propri beniamini. Dopo un decennio di buio, la formazione palladiana viene presa per mano da bomber Spinato, che segna quanto basta a riprendersi lo scettro della provincia e il primo posto in classifica. Così a fine stagione si torna finalmente ad esultare: i biancorossi ottengono l’agognata promozione in B, che li riporta su palcoscenici più prestigiosi e ne prepara una lenta ascesa ormai poco di là da venire.