FABIO VIVIANI

«Quando Boban chiese all'arbitro di contarci»

Fabio Viviani era un estroso centrocampista universale d'acutezza tecnica e tattica, capace d'imprimere delle accelerazioni al gioco e di escogitare brillanti soluzioni, come il passaggio illuminante a Zauli in Vicenza-Chelsea.

Lei proveniva da un contesto importante come quello del Milan: come si trovò sotto il profilo della guida tecnica? Augurerei a tutti di trovare due allenatori come Ulivieri e Guidolin: difficili e complicati come tutti quelli che hanno personalità e carattere, ma d'altissima qualità. Entrambi concedevano ampi margini di confronto nei termini dovuti di rispetto e io l'ho apprezzato molto. Ulivieri è stato straordinario nella preparazione della tecnica e tattica individuale, Guidolin ha completato la nostra crescita spostando l'organizzazione e le conoscenze su un ritmo moderno e un'intensità feroce, portando tutto questo 20-30 m. più avanti e ciò ha fatto svoltare un gruppo che all'interno possedeva già qualità.

Nelle vesti di tecnico, come ha trasmesso quel senso di "far gruppo"? Credo che la fortuna d'un allenatore sia trovare più giocatori che hanno in sé alcune caratteristiche che consentono di crearlo. Da allenatore il messaggio arriva sempre dall'alto e quindi, come in tutti gli ambienti di lavoro, può provocare una reazione "difensiva". Se invece vien recepito e fatto proprio da almeno 4-5 compagni che si cambiano vicino a te e condividono insieme a te l'impegno e il sacrificio, dicendoti: "Se facciamo così ne ricaviamo tutti vantaggio", allora il percorso di crescita è più facilmente condiviso e ascoltato. Grazie a tutti quelli giunti a Vicenza che accettavano d'integrarsi e di dare un contributo a quanto già in essere, è stato come la corrente d'un fiume che diventa più forte se si va nella stessa direzione.

Quand'è che una squadra capisce che nessun risultato le è precluso? Ci arrivi pian piano, con consapevolezza. Prima cosa: ci dava fastidio subìre gol. Anche nelle partitelle tra noi. Tant'è che in allenamento finiva spesso 0-0, 1-0 o 1-1. Con Guidolin, quando perdevamo, al martedì ci alleggeriva i carichi di lavoro: eravamo inferociti e non vedevamo l'ora di rigiocare la domenica dopo. Sapevamo che se facevamo le cose per bene, tutti dovevano sudare molto per reggere il nostro ritmo e la nostra intensità. Ricordo una partita col Milan. A un certo punto, Boban, di fianco a me, chiese all'arbitro: "Ma li ha contati? Quanti sono? Poteva poi succedere di andar fuori ritmo, ma non eravamo ancora pronti a sostenere tante gare di fila.

Per il suo modo di giocare, qual è stato il miglior periodo? È stato più appagante giocare con Ulivieri: individualmente era un gioco più lento e di attesa e quindi, quando cambiavo passo o facevo penetrazioni, le mie qualità venivano esaltate.

Di 243 partite, qual è stata quella che ricorda in particolare? Vicenza-Milan 0-0 di Coppa Italia: dal punto di vista dell'interpretazione è stata la migliore di tutti quegli anni, contro una squadra forte e al completo che voleva vincere. Un'altra, in A, vinta con la Juve: alla fine ricevetti i complimenti da Zidane. In B col Cesena: provai la rarissima sensazione da fuoriclasse di saper già dove andava il pallone e dove l'avversario l'avrebbe fatto passare.

La rete più bella tra le 13 segnate in biancorosso? A Ravenna, in semirovesciata. Finì 2-2 e fu quasi promozione. In B contro l'Andria, dopo una settimana in cui il tecnico Perotti continuava ad avvertire della mia pericolosità.

Di Vicenza-Chelsea, che ricordi conserva? Il rammarico delle tante occasioni non sfruttate in entrambe le partite. Ma abbiamo dato tutto il possibile, nonostante pure molte critiche ricevute.

Della finale di Coppa, cosa le è rimasto impresso? L'andata: arrivammo in ritardo in uno stadio colmo di gente. Ci davano per sfavoriti. Perdemmo senza sbilanciarci troppo (anche se in un'azione mi ruppi un alluce) e ponemmo le basi per il ritorno al Menti, con quel Carmina Burana a darci i brividi. Mi sarebbe piaciuto avere una telecamera personalizzata per inquadrare il mio volto sfigurato al 2-0 di Rossi: non andai ad abbracciare nessuno ma esplosi in un enorme urlo solitario con cui scaricai la tensione in una bolgia di gioia.

Con Mimmo Di Carlo vi conoscete da lungo tempo. Che qualità aveva da giocatore e ha come persona? La ferocia e disponibilità al sacrificio in campo. Come amico, è meno creativo di me ma è una persona assolutamente affidabile che cerca sempre la concretezza. Ci completiamo alla perfezione.

Saverio Mirijello