Antonio Roi

Lo scapolo timido che amava l’arte e i colori biancorossi

«Lo chiamavamo zio barba. Ci faceva fare grandi giri su macchine bellissime per l'epoca, dei veri e propri razzi. Era un uomo elegantissimo e con tanti interessi. Oltre al Vicenza, gestiva il canapificio e seguiva la compagnia teatrale». Con queste parole la pronipote Barbara Ceschi ricorda il marchese Antonio Roi. A parte le figure mitiche della fondazione che si perdono nella notte dei tempi (Tito Buy, Libero Antonio Scarpa, più avanti Virgilio Tonini), il primo presidente del Vicenza a guadagnarsi un posto nel pantheon dei massimi dirigenti della Nobile Provinciale. Una bacheca ideale dove troveranno spazio nei decenni successivi Piero Maltauro, Delio Giacometti e, soprattutto, Giussy Farina, Dario Maraschin e Pieraldo Dalle Carbonare in epoche calcistiche più vicine a noi.

FIGURA CENTRALE PER LA CITTA’. Figura prestigiosa della vita cittadina del tempo, Roi, classe 1906, assunse la massima carica in tre periodi diversi: dal 1928 al 1931, quando giovanissimo subentrò a Tullio Cariolato; nel biennio 1935-36 e tra il 1943 ed il 1944. Ricoprì un ruolo fondamentale all'interno del club in tutto il quindicennio indicato e anche ben oltre, caratterizzando con il suo brillante operato dei passaggi storici per la Nobile Provinciale. Ma chi era Antonio Roi? Lo spiega bene nel suo "Carosello vicentino" dedicato ai cosiddetti "comprimari in una città d'autore" il memorialista Walter Stefani, che premette non a caso nel capitolo dedicato a colocui che definisce non il "mecenate del Calcio Vicenza": "Inserire in questa galleria un personaggio straordinario quale fu il marchese Antonio Roi è, forse, alquanto temerario, dato che il nostro amabile 'scapolone' è stato un protagonista di primo piano nella vita sportiva e culturale cittadina. Ma lo facciamo ugualmente perchè il suo nobile tatto, il suo modo d'agire, il suo comportamento con chiunque avesse a che fare con lui, erano quelli di una persona semplice, quasi timida". Nipote del grande romanziere Antonio Fogazzaro, viene celebrato anche da Antonio Berto, autore della "Nobile provinciale", che lo inquadra così: "... per molti anni sarà il presidente più rappresentativo, ma anche il più grande mecenate sportivo che Vicenza ricordi; resterà alla guida del Vicenza per parecchi anni, profondendo energie e capitali per una più dignitosa attività dei berici.

 

 

DIETRO LE QUINTE. Spesso lascia anche la presidenza ad altri, ma fra le quinte c'è sempre lui, che incoraggia e che soprattutto 'spende' e regala tutto ai colori della sua città...". Tanti gli aneddoti sul suo modo di incoraggiare e galvanizzare la squadra in maniera originale. Nel 1930 promette 1000 lire di premio, una cifra per quei tempi, se i biancorossi non perderanno a Carpi: pareggeranno 2-2 e quindi aprirà il portafoglio senza accampare scuse. Secondo un'altra leggenda, l'osservatore Gino Gastaldon girava per i campi di calcio a caccia di talenti con il libretto degli assegni firmato in bianco dal marchese Roi. Assegni che non venivano nemmeno annotati nella contabilità societaria, essendo delle vere e proprie regalìe. Nel 1931 Roi lascia momentaneamente la presidenza per entrare come consigliere nel direttivo della Società del Quartetto, per tornare poi a ricoprire la massima carica l'8 settembre 1935, quando viene inaugurato il nuovo impianto comunale in riva al Bacchiglione. Negli anni bui della Seconda Guerra Mondiale il marchese riesce a far sponsorizzare la squadra dalla Gil locale e, grazie all'amicizia con il marchese Ridolfi, a cedere alla Fiorentina una nutrita schiera di talenti berici (Romeo Menti, Armando Frigo, Edmondo Bonansea, Alberto Marchetti, Piero Suppi), ripianando così il deficit del club.

GIOCATORI IN SALVO. Nel biennio 1943-45 il marchese Roi ospita nella sua villa fogazzariana a Montegalda dirigenti, tecnici e giocatori per preservarli dai bombardamenti e da possibili retate nazifasciste. Naturalmente con vitto e alloggio garantiti. Dopo la Liberazione è naturalmente ancora lui ad assicurare la liquidità necessaria per ricostruire squadra e campo da gioco. E figura tra i consiglieri della società che assieme agli industriali Beltrame e Gresele convincono il recalcitrante Tiziano Morando (ex giocatore) ad accettare la carica di presidente. Oltre a questo, tiene le redini del "Canapificio Roi" a Cavazzale, dividendosi tra lo stabilimento di Cavazzale e la sede legale in Contrà San Marco a Vicenza. Fedele ai suoi ideali, sostiene la compagnia di prosa interna, entra in diversi organismi culturali ed assistenziali, e è munifico nei confronti di artisti del calibro di Neri Pozza. Ancora consigliere del Vicenza, nel 1953 è un convinto fautore della svolta, accogliendo in toto la proposta avanzata dalla Lanerossi di Schio, tanto da convincere l'assemblea dei soci ad accettarla per il bene della società. Dimostra pure in questa occasione di avere una visione lungimirante, considerato che di lì a breve il Lanerossi Vicenza tornerà in serie A, dove rimarrà per ben quattro lustri. Gli viene lasciata in dote la vice-presidenza in segno di gratitudine da parte della nuova proprietà. Il marchese Roi abbandona la scena calcistica qualche anno più tardi per proseguire la propria attività imprenditoriale e culturale a Roma e morire a Lugano, in Svizzera, il 26 novembre 1960, all'età di 54 anni. Le sue spoglie sono state trasferite a Valsolda, la dimora estiva tanto cara al suo celebre zio, ceduta ora al Fai. Nella lapide che lo ricorda al cimitero maggiore di Vicenza sta scritto: "Per Antonio Roi che nell'A.C. Vicenza trovò alimento alla sua passione sportiva reggendo la società dal 1928 al 1942 e guidandone l'ascesa dagli oscuri campionati minori alla massima divisione". Nel frattempo il canapificio Roi, che durante l'ultimo conflitto mondiale occupava ancora 1200 operai, aveva chiuso i battenti nel 1957 al termine di un periodo di crisi senza scampo. Con lui si chiude un'epoca che non tornerà più.

Lane 120 continua. Nei prossimi giorni nuove storie e personaggi che hanno scritto la storia del club biancorosso

Andrea Lazzari