GIORGIO CARRERA

La classe e il coraggio Libero, in tutti i sensi

Giorgio Carrera
Giorgio Carrera
Giorgio Carrera
Giorgio Carrera

L’incredibile e purtroppo breve fiaba del “Real Vicenza” si racconta sempre volentieri alle generazioni più giovani di tifosi biancorossi. A detta di tutti i grandi giornalisti dell’epoca quella formazione era stata capace di esprimere un gioco moderno e divertente, uno dei più entusiasmanti della storia del calcio italiano. Indimenticabile l’inebriante esortazione di Gibì Fabbri alla squadra, prima dell’inizio di ogni partita: «Andate e fate musica”.

Lo sgangherato Lanerossi Vicenza sorto dell’estate del 1976, composto principalmente da giocatori delusi, arrivati a Vicenza dopo essere stati scartati da altre squadre (allenatore compreso), diventa nelle sapienti mani del tecnico ferrarese una squadra in grado di esprimere un bel calcio e di trasmettere agli spettatori la stessa gioia provata in campo dai giocatori. L’unico imperativo (si fa per dire) che il mister detta ai suoi ragazzi è che tale sinfonia venga eseguita con azioni pulite, ariose, senza mai maltrattare il pallone o buttarlo in tribuna alla “viva il parroco”. La palla deve essere sempre e comunque “giocata”. E questo non solo per una questione squisitamente tecnica, ma anche come tributo al raffinato palato calcistico degli spettatori che affollano gli spalti del “Romeo Menti”.

Tra tutti gli interpreti di questa filosofia di gioco moderna e spregiudicata spicca quella di un giovane giocatore arrivato dalla Reggiana, Giorgio Carrera, che incarna alla perfezione i dettami calcistici di Gibì Fabbri. Un difensore dotato oltre che di un piede vellutato anche della capacità di anticipare i tempi con la sua interpretazione del libero “libero”, che fa sacramentare come marinai ubriachi i compagni della difesa. Eppure è proprio con loro che Giorgio ha mantenuto i rapporti di amicizia più profondi. Galli, Lelj e Prestanti lo avranno mandato a quel paese chissà quante volte, quando abbandonava la propria area e si proiettava come una classica mezzala verso quella avversaria, eppure il fortissimo legame che li ha uniti non si è mai interrotto. Nemmeno la morte, “signora e padrona”, come cantava l’italico menestrello Branduardi, ha spezzato questo lungo rapporto di amicizia vera. Ancora oggi parlano di Ernesto come se fosse ancora lì, seduto al bar dello stadio a giocare a carte o a ricordare quando difendeva la porta biancorossa, con le sue urla sempre più roche e le sue manone pigliatutto, ultimo baluardo agli attacchi avversari.

Chi di voi, tifosi dai capelli brizzolati, non si ricorda di Carrera, che giocava a testa alta e palla al piede, elegante “come cervo che esce di foresta” e bello come un dio greco. Estroso, imprevedibile, leale e generoso. Idealista e fedele come un cavaliere templare, paladino e custode di una delle pagine più belle nella storia centenaria del nostro amato Lane. Un amore tanto grande da prevalere persino sui suoi interessi personali od economici.

Sappiamo però che Giorgio preferisce non si parli troppo di lui o dei singoli giocatori di quella squadra, che invece esaltava il collettivo, la coesione e l’amicizia. Lo accontentiamo volentieri, limitandoci a delle riflessioni su quel magico periodo che lo ha visto protagonista di spicco.

È importante chiederci che cosa ha rappresentato per tutti il Real Vicenza. Di sicuro noi tifosi lo portiamo e lo porteremo sempre nel cuore perché, per la prima volta nella nostra storia, abbiamo provato una sensazione nuova, quella di godere della considerazione del mondo del calcio anche a livello internazionale. Non eravamo più la Cenerentola della serie A, che si salvava all’ultima giornata o quasi. Una squadra, un simbolo, un campione. Lanerossi Vicenza e Paolo Rossi, un binomio di cui si è innamorata tutta l’Italia e non solo. Ancora oggi, quando si pronunciano queste due parole, c’è qualcuno che, da Bolzano fino a Gela, giura di tifare Vicenza per quella maglia e per quei giocatori.

Per gli addetti ai lavori il Real Vicenza è diventato un fenomeno da studiare, per la semplicità essenziale del suo gioco, per la sorprendente efficacia realizzativa non solo degli attaccanti e per la coesione dei suoi giocatori.

Anna Belloni