Modelli lavorativi

Uffici condivisi e smartworking

By Athesis Studio

Per certi versi sono due modalità lavorative che si assomigliano, perché improntate alla massima flessibilità. Il cartellino da timbrare, insomma, non è contemplato. E soprattutto nel settore del terziario avanzato, delle professioni, dei servizi, delle attività alla persona, il concetto dell' “incatenamento” alla scrivania sembra destinato a scomparire. C'è però una fondamentale differenza tra il lavoro “smart”, che il più delle volte coincide con il telelavoro e il coworking. Nel primo caso, si tratta di uno strumento che esiste ormai da molti anni ma che fino ad ora è sempre stato utilizzato dalle aziende a piccole dosi e per casi e situazioni particolari, dal manager perennemente in trasferta al dipendenti con problemi di salute. Poi, con lo scoppio della pandemia e la necessità di ridurre al minimo i contatti interpersonali, dalle società private alle amministrazioni pubbliche tutti hanno fatto un massiccio ricorso al lavoro agile, non sempre nel migliore dei modi. Anche per questo è in programma una profonda revisione del sistema, con il ministro della pubblica amministrazione Renato Brunetta intenzionato da un lato a riportare “in presenza” i cosiddetti “statali” (prevedendo una percentuale massima di smart del 15%) e dall'altro a regolamentare il modello attraverso la contrattazione collettiva nazionale, se non con una vera e propria legge, come auspicano i sindacati.
Da definire ci sono tempi di connessione, riposi, monitoraggi, verifiche e utilizzo delle dotazioni informatiche. Tutto questo però, prevede che il lavoratore operi prevalentemente da solo, nella sua abitazione, lontano da scrivanie, macchinette del caffè e, evidentemente, colleghi.
Esattamente il contrario di quanto avviene negli spazi di coworking, che una quindicina d'anni fa hanno preso piede anche nel nostro Paese. “Hub”, incubatori di idee, stanze, salette attrezzate con postazioni, pc, telefoni, stampanti, tavoli da disegno, ma anche macchine da cucire, stampanti 3D, a seconda della tipologia di attività da svolgere. Il primo spazio di coworking propriamente detto è nato a San Francisco nel 2005 ad opera di Brad Neuberg. Una novità dettata proprio dall'esigenza di fare rete tra professionisti (architetti, informatici, creativi, giornalisti e molto altro) spesso dediti al nomadismo digitale ma ad alto rischio di “isolamento sociale”. Con l'avvento di queste comunità di freelance, che oggi si trovano nelle principali città italiane, Vicenza compresa, ognuno può svolgere il suo lavoro tessendo relazioni sociali, scambiando idee e opinioni e favorendo la nascità di nuove sinergie professionali. I vantaggi per chi sceglie di fare rete sono enormi. Innanzitutto, appunto, si possono creare nuove collaborazioni, nuove partnership, mettere in circolo skills e competenze. Non è un mistero che, dagli spazi di coworking, siano nate startup e società tra le più promettenti e rivoluzionarie degli ultimi decenni. Un tempo era il garage di casa insomma, oggi è l'open space luminoso e moderno recuperato nel vecchio stabile industriale dismesso. Perché a fare la fortuna dei laboratori di cooperazione professionale - a voler usare un'altra definizione - c'è infatti anche l'aspetto della rigenerazione urbana. Trattandosi di luoghi che necessitano di ampie metrature, chi investe in questa tipologia di struttura è solito guardare alle zone produttive, dove abbondano capannoni e magazzini abbandonati e ad affitti certamente più contenuti che nei centri storici. Una doppia opportunità dunque quella del coworking, per i privati ma anche per il pubblico, che evita così il proliferare delle cosiddette "cattedrali" nel deserto, con tutti i problemi di degrado e incuria ad esse legati. E tornando alla differenza del "co" e dello "smart", l'avere un essere umano con cui socializzare, anche solo scambiando una battuta o un caffè tra una scadenza e l'altra, non ha e non avrà mai prezzo.