I GIOVANI E LE IMPRESE

«Serve rendere il territorio capace di essere attrattivo»

«Bisogna lavorare come aziende, istituzioni e politica per crescere in un circolo virtuoso su un progetto di lungo periodo: dobbiamo capire dove vogliamo essere fra dieci anni»

L'industria adesso tira, questo è un dato di fatto. L'Istat ha annunciato per quest'anno e il prossimo previsioni di aumento del Pil con percentuali che in Italia sembrano fantascienza. Dopo i dieci anni di crisi "post Lehman", il paese si sta riprendendo anche dagli scenari drammatici lasciati da un anno e mezzo di Covid. Si respira un'aria di ripartenza economica che è anche effetto dei cambiamenti nelle abitudini e nei consumi che la pandemia ha portato un po' ovunque.In questo quadro, Laura Dalla Vecchia, alla prima assemblea da presidente di Confindustria Vicenza, ha voluto centrare l'attenzione su un problema che già si presenta all'orizzonte della ripresa: la "fame" di giovani espressa dalle imprese.

Presidente, dopo la lunga atmosfera cupa della pandemia si respira una nuova euforia. Eppure per l'assemblea non avete scelto il tema più facile - la ripartenza - ma un'altra bella patata bollente, il futuro delle nuove generazioni. Perché?
Non siamo certi che questa situazione durerà. Si capirà da febbraio in poi se questa euforia è strutturale o soltanto un effetto post-pandemia, desiderio di accaparramento per contrastare la speculazione che si sta vivendo nei costi dei materiali. Nel frattempo, c'è un aspetto che va preso in considerazione: noi imprenditori abbiamo gestito questi anni di crisi, dopo il 2009 siamo andati in cerca di clienti alternativi e abbiamo spinto al massimo nell'internazionalizzazione. E adesso di cosa ci siamo accorti? Del fatto che abbiamo "fatto bene i compiti", ma non abbiamo persone che vengono a lavorare nelle nostre aziende. I ragazzi non arrivano preparati o sono poco interessati a lavorare in fabbrica. E per contro abbiamo tanti talenti che partono e vanno via: non intendo soltanto all'estero, ma anche semplicemente in un'altra regione italiana, inseguendo diverse opportunità di lavoro.

Quindi avete lavorato in questa direzione?
Ci siamo chiesti come mai c'è carenza di giovani e se sia in atto una fuga di nostri giovani verso altre regioni vicine simili alla nostra. Capisco se uno decide di andare a New York, è un cambio evidente, ma se decide di andare a Modena o a Bologna serve capire cosa trova di così diverso da Vicenza. Abbiamo cercato di capire perché le nostre aziende non siano più così attrattive per i giovani e perché il nostro territorio, così ricco e così' leader, non sia attrattivo anche per giovani che sono di fuori regione. Perché non abbiamo un flusso massiccio di gente che viene a lavorare qui, considerato che il nostro territorio ha molto da offrire.

E che risposta vi siete dati?
Dobbiamo creare una diversa narrazione delle fabbriche, imparare a raccontare il lavoro che facciamo. La curva demografica ci dice che i giovani diminuiscono di numero, e quelli che ci sono sono poco interessati al lavoro in fabbrica. Allora prima di tutto dobbiamo capire perché i nostri ragazzi non sono attirati dalle nostre fabbriche. In assemblea abbiamo presentato una serie di interviste fatte a un certo numero di ragazzi vicentini: è emerso che a gran parte di loro piace lavorare qui e piace la dimensione di vita locale. Questo è positivo. Per contro si è visto che hanno un'idea di quel che si fa in azienda che è ancora molto distorta e lontana dalla realtà. Si tratta di lavorare su questo.

Ma è soltanto un problema di scarsa conoscenza delle aziende, o nel giovane che punta ad andare altrove c'è anche una componente legata a una "scelta di vita"?
No, infatti, non è soltanto una "questione aziendale". C'è un altro filone su cui occorre lavorare, ed è il territorio. Per riuscire a tenere i giovani serve un sistema territoriale attrattivo. Se un giovane parte da Vicenza per andare a lavorare a Bologna, per tornare all'esempio che ho citato prima, lo fa probabilmente per via di un particolare "lifestyle" che viene riconosciuto a quella città, così come a Verona o a Padova è riconosciuta l'attrattività data dall'università e dalla fitta rete di relazioni tra coetanei che ne deriva. Non c'è dubbio che la presenza di un'università e la vivacità culturale di una città - penso a Londra o a Madrid - sono fattori che attirano i giovani. C'è dunque da lavorare molto anche su questo fronte, è un punto di partenza per cercare non solo di tenere i nostri giovani, ma anche di attirarne da altre parti d'Italia. In questo senso bisogna collaborare con le istituzioni e la politica locale, per avere un progetto di lungo periodo: dobbiamo capire dove vogliamo essere fra dieci anni.

Lei a che traguardo pensa si possa arrivare?
Io penso a un territorio in cui ci siano tanti giovani, ben formati, che vengano fuori dall'università che abbiamo qui. Penso a un territorio dinamico che cresce in un circolo virtuoso nel quale i giovani che arrivano favoriscono la diffusione di uno stile di vita che alimenta l'attrattività della nostra realtà, attirando ulteriori talenti.Perché dobbiamo tener presente che la competizione da adesso in poi sarà anche sui territori. Vicenza, il Veneto e il Nordest in generale devono puntare a essere aree più attrattive del Piemonte e della Lombardia. E noi come sistema imprenditoriale, così come siamo stati bravi a diventare i migliori del mondo nell'aggredire i mercati, adesso dobbiamo trovare il modo di diventare più competitivi anche in ciò che possiamo offrire attraverso i nostri posti di lavoro.

Le imprese vicentine, dal canto loro, sono già consapevoli di questa nuova sfida?
Si tratta di lavorare per renderle sempre più pronte a cogliere queste opportunità. Dobbiamo lavorare tutti insieme, da subito, per valorizzare al meglio ciò che abbiamo da offrire, e per adeguare questa nostra offerta a quella delle aziende più attrattive in tutto il mondo. Possiamo studiare le aziende che sono campioni nel welfare e nel lifestyle. Ci sono tante cose che si possono fare, ad esempio è importante offrire piani personalizzati e strutturati di formazione. Ognuno deve sviluppare le proprie risposte, ma io sono convinta che tutti noi abbiamo molto da offrire, e che altrove hanno semplicemente saputo descrivere e "vendere" meglio di noi cose che facciamo già anche nelle nostre aziende.

Marcello Ascani, lo youtuber intervenuto in assemblea, osserva che i giovani oggi sono attratti da lavori che offrano, prima ancora che un lauto stipendio, possibilità di crescita professionale, e magari anche di viaggiare, di fare esperienze nuove...
Sì, è vero. Qualche tempo fa ho avuto modo di parlare con più di qualche ragazzo: un giovane della nostra zona si era licenziato per fare una scelta che lo portava fuori regione e mi ha spiegato che se n'era andato anche perché qui gli avevano proposto, come avanzamento di carriera, di diventare capo ufficio, ma a lui non interessava gestire persone, la considerava come una perdita di tempo: quello cui aspirava era gestire progetti e continuare a crescere e imparare, cosa che vedeva possibile là dove aveva scelto di andare.

Quindi deve cambiare un po' anche la mentalità delle aziende?
Dobbiamo adeguare le nostre esigenze e capire come dare ai nostri ragazzi la possibilità di inserirsi in azienda in un modo che dia anche risposta alle loro aspirazioni. Ci sono aziende che offrono ai giovani la possibilità di crescere attraverso un percorso di esperienze, di progettazione, di sviluppo professionale e personale. È un modo diverso di fidelizzare le nuove generazioni. Si tratta di lavorare in questa direzione, perché è importante riuscire ad attirare cervelli e talenti. È dalla contaminazione che arrivano nuove idee. Ben venga che i nostri ragazzi vadano a fare esperienze all'estero, purché però il nostro territorio sia attrattivo o per farli tornare indietro o per attirare altri giovani da fuori. Ed è qui che subentra la politica: per rendere un territorio capace di attrarre le "teste" migliori va fatto un grosso lavoro di squadra con la politica tutta: non solo quella vicentina, ma anche quella veneta e più in generale del Nordest. Un territorio come il nostro non può ragionare in termini localistici, è tempo di fare un salto di qualità. Il Nordest è uno solo. Abbiamo bisogno di infrastrutture, di università e di scuole. Perciò insisto: dobbiamo fare tutti, come comunità, un grande progetto pluriennale per far crescere questo territorio.

In tema di infrastrutture, comunque, sono arrivati risultati importanti, in questi anni...
Certo, s'è fatto un gran lavoro, e penso ovviamente in particolare alla Pedemontana e alla Tav. Però da imprenditori abbiamo sempre puntato l'attenzione su questo tema in funzione del trasporto delle merci. Adesso si pone un tema diverso: nelle grandi città metropolitane conta molto la qualità del servizio pubblico, il che significa che oggi per poter attirare persone da quelle aree bisogna essere organizzati in modo moderno ed efficiente dal punto di vista del trasporto pubblico. Insomma, anche le infrastrutture devono essere pensate in funzione del "trasporto di cervelli" se vogliamo che un territorio diventi più interessante. Una regione che ha fatto la Pedemontana non può dimenticarsi che esistono le ferrovie, che c'è la Tav e va sfruttata, non serve solo a portare container. Va ripensato un sistema di connessione sul territorio che porti tutta la provincia a usufruire del servizio e che porti persone sul nostro territorio, grandi professionisti, gente che ha lavorato altrove, per innescare quel processo virtuoso di impollinazione tra culture e persone che fa bene alla crescita e allo sviluppo.

Anche con le scuole c'è da fare un lavoro nuovo, che riesca a incidere di più sulla percezione dei giovani nei confronti delle aziende?
Qui credo che prima di tutto ci sia da lavorare con gli insegnanti, che sono i primi ad aver bisogno di conoscere meglio la realtà delle aziende di oggi. Chi fa orientamento scolastico deve frequentare le aziende, per rendersi conto si tratta di microcosmi articolati ed entusiasmante, diversi da un lavoro statico e sempre uguale come si credeva una volta. In azienda la creatività è massima e anche le relazioni sono internazionali. Gli insegnanti devono capire questo per far nascere l'interesse e la passione nei ragazzi. Se parliamo di scuole superiori la strada è spianata ed è quella degli Its, scuole validissime che vanno incentivate. Se parliamo di università, dobbiamo puntare a creare un campus e una comunità universitaria capace di far arrivare i docenti migliori.

Finiamo tornando all'inizio: l'assemblea ha messo dunque l'accento sulla mancanza di forza lavoro, eppure fino a qualche settimana fa il dibattito verteva sul timore che la fine del blocco dei licenziamenti provocasse una perdita diffusa di occupazione. Problema esagerato dunque?
Lo abbiamo detto con coraggio in tante occasioni che quella paura era ridicola, e alla prova dei fatti è stato così. La verità è che la pandemia ha aumentato ancora di più l'esigenza di personale, ma che sarebbe andata così lo vedevamo da tempo. E infatti alla difficoltà di trovare personale abbiamo dedicato l'assemblea.. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Stefano Tomasoni