INTERVISTA - Silvano Spiller

Una nuova adunata per rendere omaggio a chi sacrificò la vita

By Athesis Studio
L’appuntamento Vicenza è candidata ad ospitare l’adunata del 2024
L’appuntamento Vicenza è candidata ad ospitare l’adunata del 2024
L’appuntamento Vicenza è candidata ad ospitare l’adunata del 2024
L’appuntamento Vicenza è candidata ad ospitare l’adunata del 2024

Siede nel consiglio direttivo nazionale dal 2016 e il suo secondo mandato scadrà poco prima del voto che deciderà se la grande adunata del 2024 sarà o no assegnata a Vicenza. Ma anche se non potrà vivere da protagonista quel momento cruciale, atteso per l’autunno dell’anno prossimo, Silvano Spiller, 75 anni, non mancherà di fare il tifo per la “sua” città, che già una volta ha visto tingersi di tricolore. Era il 1991 e allora Spiller, da assessore comunale agli affari generali, al patrimonio e alla casa, fu designato a occuparsi dell’organizzazione del maxi raduno. E ora, 30 anni dopo, il sogno di bissare quell’esperienza coincide anche con la speranza di ottenere una rivincita.

Quante chance ha la città di accaparrarsi l’adunata del 2024?
Ogni adunata ha una storia a sé. Nel 2016 avevamo l’assoluta certezza che sarebbe stata assegnata a noi, poi purtroppo le cose sono andate diversamente. Per aggiudicarci la manifestazione che ci sarà fra tre anni abbiamo delle chance, ma devo dire che la gara sarà molto più combattuta, non siamo in pole position, anche se ci difendiamo. Dovremo giocarcela con altre 3 sezioni: Biella, Viareggio e Modena. Saranno i consiglieri nazionali a votare, non si sa che idea avranno in quel momento. Sfortunatamente, io non ci sarò, il mio mandato scade in maggio.

Cosa significherebbe tornare ad ospitare la grande sfilata?
Vicenza è già la provincia più alpina d’Italia e come sezione siamo la quarta più numerosa. A ciò si aggiunge che la città si trova davanti a quei monti teatro di guerra, dove migliaia di persone hanno vissuto momenti drammatici. L’adunata sarebbe quindi un modo per rendere omaggio a chi su quei monti ha sacrificato la propria vita.

Ha partecipato alla redazione del dossier di candidatura?
No, ma ho dato qualche consiglio. Ad esempio, secondo me valeva la pena realizzare un filmato con cui presentare la città, la provincia e i luoghi memoria e mi sembra sia stato realizzato.

Parliamo ora della questione del ricambio generazionale all’interno dell’Ana. Qual è la situazione?
Oggi, abbiamo un migliaio di alpini l’anno che si congedano, contro i 30 mila di 30 anni fa, e parte di questi confluiscono nell’Associazione nazionale alpini. Cerchiamo di compensare il calo degli iscritti con il recupero dei “dormienti”, ovvero di coloro cioè che non si sono mai iscritti o non hanno rinnovato l’iscrizione.

Come vede questo calo?
Ci riflettiamo sempre sapendo che noi continueremo a batterci in ogni sede affinché vi sia un servizio obbligatorio per i giovani, in grado di fornire una formazione sul rispetto civile, sulla solidarietà verso gli altri e affinché questa formazione passi anche attraverso le forze armate.

Quali sono state le esperienze più entusiasmanti del suo percorso nell’associazione?
Ce ne sono tante. Io mi sono occupato molto di adunate, ho operato nella società di scopo dell’Ana che cura la parte relativa alle sponsorizzazioni e quella economica. Sono stato componente dei comitati di gestione, nel 2006 per l’adunata di Asiago, nel 2014 a Pordenone, per citare alcune manifestazioni. Adesso ho ancora un incarico analogo e di recente sono diventato responsabile del Centro studi nazionale, dove si raccolgono le memorie alpine, dai canti ai libri fino ai documenti dai quali si attingono informazioni in occasione di conferenze nelle scuole sul mondo alpino.

L’adunata che ricorda con più emozione?
Naturalmente quella di Vicenza. All’epoca ero un assessore alpino del Comune di Vicenza. Assieme al collega di giunta Bruno Zamberlan fui incaricato di occuparmi dell’organizzazione. Era un periodo nel quale gli alpini erano molto più alpini. Si respirava un clima di entusiasmo, c’erano tanti giovani che per dormire si arrangiavano con tende improvvisate. Del resto, venivano tutti da una vita militare in cui si imparava a organizzarsi con ciò che si aveva a disposizione. Ma la cosa più bella è che dopo due giorni di tuoni e fulmini, la domenica mattina è spuntato il sole, con gli alpini che avevano dimostrato ancora una volta di essere in grado di superare tutte le difficoltà.•. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Laura Pilastro