24 aprile 2019

Veneto

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22.03.2019

Tumore al seno
In Veneto quasi
5mila nuovi casi

Gabriella Morgillo testimonial della prevenzione del tumore al seno
Gabriella Morgillo testimonial della prevenzione del tumore al seno

VERONA. Il tumore alla mammella è diventato in Veneto quello più frequente, superando per numero di nuovi casi quello al colon-retto. Il dato è stato reso noto oggi dall’Associazione italiana oncologia medica (Aiom), in occasione di un convegno sul tema a Ospedaletto di Pescantina (Verona). Nel 2018 in regione sono stati stimati 4.750 nuovi casi di cancro al seno, rispetto ai 4.450 nel 2017. Seguono il cancro del colon-retto (4.300, nel 2017 erano 4.500) e del polmone (3.250 contro 3.400). Le percentuali di sopravvivenza delle donne colpite da carcinoma della mammella sono fra le più alte in Italia, con l’88% vivo a 5 anni dalla diagnosi, grazie a terapie sempre più efficaci ed elevata adesione ai programmi di screening mammografico.

 

«L’incremento delle diagnosi di carcinoma della mammella - afferma la presidente di Aiom, Stefania Gori, Direttore dell’Oncologia Medica all’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria-Negrar - non va letto in termini negativi. In 10 anni in Veneto, si è registrato un aumento di circa il 9% dei casi. Il dato è dovuto non solo al progressivo invecchiamento della popolazione, ma anche all’implementazione dei programmi di screening mammografico che consentono di individuare un grande numero di casi in fase iniziale, quando le possibilità di guarigione sono alte». Nel 2009 è stato attivato lo screening in tutto il territorio, con un tasso di adesione alla mammografia superiore alla media nazionale (64% nel 2016 rispetto al 56% dell’Italia), con un netto miglioramento della sopravvivenza a 5 anni.

 

Nuove prospettive per personalizzare i trattamenti sono possibili grazie a esami genomici, che analizzano il DNA del tumore per capirne l’aggressività e possono supportare l’oncologo nella personalizzazione delle terapie nelle donne con carcinoma mammario in fase iniziale. In Italia, i test genomici sono poco utilizzati rispetto ad altri Paesi europei soprattutto perché non sono ancora inseriti nei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea).

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