21 aprile 2019

Veneto

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21.03.2019

«Pfas, Arpav
e Provincia
sapevano da anni»

Un blitz di Greenpace nella sede di Miteni a Trissino
Un blitz di Greenpace nella sede di Miteni a Trissino

VICENZA. Le autorità locali e gli enti di controllo ambientali potrebbero aver avuto un ruolo chiave nel ritardare gli interventi amministrativi di bonifica e le indagini penali a carico dell’azienda chimica Miteni di Trissino, ritenuta la principale responsabile dell’inquinamento da Pfas in Veneto. Lo sostiene oggi Greenpeace, che ha pubblicato un rapporto sintesi dell’annotazione di polizia giudiziaria redatta dal Comando Carabinieri per la Tutela Ambientale Nucleo Operativo Ecologico (Noe) di Treviso, acquisito in seguito alla chiusura delle indagini penali sull’inquinamento della Procura di Vicenza.

 

«L’annotazione del Noe - afferma Greenpeace - pone seri interrogativi sull’operato della Provincia di Vicenza che in base agli esiti del progetto "Giada" condotto tra il 2003 e 2009, avrebbe dovuto richiedere verifiche approfondite proprio sullo stabilimento di Miteni. Quei dati evidenziavano notevoli incrementi di concentrazione di Btf (Benzotrifluoruri) nelle falde acquifere tra Trissino e Montecchio Maggiore ma secondo il Noe non sarebbero mai stati nemmeno formalmente inoltrati all’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente del Veneto (Arpav)». Dai documenti, sempre secondo Greenpeace, emerge che «Arpav avrebbe potuto far emergere l’inquinamento già nel 2006, quando tecnici dell’agenzia intervennero presso la barriera idraulica di Miteni: le operazioni di bonifica potevano partire in quel momento. Quanto emerge è gravissimo ma non ci risultano ulteriori filoni di indagine aperti dalla Procura di Vicenza a carico degli enti pubblici coinvolti». 

 

Secondo Greenpeace «appare difficilmente comprensibile anche la scelta della Procura di Vicenza di fissare al 2013 il termine ultimo di commissione dei reati: dalla relazione del Noe - precisa la nota - risulterebbe che i vertici di Miteni, Igic e Mitsubishi Corporation potrebbero aver commesso reati fino al 2016 e oltre». «La scelta della Procura di limitare gli accertamenti al 2013 - puntualizza Giuseppe Ungherese, responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia - implica l’inapplicabilità della normativa sui cosiddetti "Ecoreati", entrata in vigore successivamente, aggiunge Ungherese. Applicando la norma sugli Ecoreati, oltre alla possibilità di comminare pene più severe, si renderebbe minimo, almeno per alcuni degli imputati, il rischio della prescrizione. Ancora una volta la prescrizione sui reati ambientali contestati rischia di far finire in un nulla di fatto, processualmente parlando, tutta la vicenda Pfas. La popolazione veneta, che continua a subire le gravi conseguenze dell’inquinamento da Pfas sulla propria salute - conclude - ha il diritto di sapere tutta la verità e di avere giustizia». 

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