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23.02.2017

Pfas 30 volte sopra la media nei giovanissimi

L’intervento del direttore della Sanità regionale Domenico Mantoan al simposio sul caso Pfas
L’intervento del direttore della Sanità regionale Domenico Mantoan al simposio sul caso Pfas

Cristina Giacomuzzo

INVIATA A VENEZIA

I primissimi risultati del bio-monitoraggio hanno «sorpreso» gli addetti ai lavori. Riguardano cinquanta 14enni provenienti da Lonigo, Serego e Brendola, nel cuore della cosiddetta area rossa dell’inquinamento da Pfas. Si sono sottoposti ai prelievi a seguito della contaminazione delle acque potabili. Risultato? Presentano nel sangue concentrazioni più elevate di quanto si potesse prevedere di Pfoa: è un acido perfluoro-ottanoico, il secondo più pericoloso della famiglia dei Pfas a catena lunga, i derivati dalla lavorazione del fluoro che servono per impermeabilizzare i materiali. «In quei ragazzi la mediana è di 64 nanogrammi, in linea con le analisi del 2016: in quello screening si evidenziava per la prima volta il bio-accumulo comparando il sangue degli esposti, cioè chi abita nelle zone inquinante, (mediana 80, con punte di 800 nanogrammi), con i non esposti (media è intorno ai 2-3 nanogrammi)». Questo è l'ultimissimo dato a disposizione della Regione che è stato divulgato ieri in apertura del simposio scientifico, organizzato all'ospedale di Venezia. All’incontro sono stati chiamati i maggiori esperti al mondo che hanno affrontato situazioni analoghe per riuscire a creare sinergie tra le istituzioni pubbliche (presenti, tra gli altri, Istituto superiore della sanità e Oms) mettendo a confronto tutto quello che è possibile conoscere su queste sostanze per cercare di tutelare al meglio la salute. Fa notare che all'incontro c’erano anche i due pm di Vicenza che seguono il caso per la Procura: Barbara De Munari e Hans Roderich Blattner.

METODO SCIENTIFICO. Dunque, l'esito delle analisi sui 14enni del Basso Vicentino, che è parziale perché i prelievi sono iniziati solo da poche settimane, lascia perplessi. «Non voglio tirare delle conclusioni che non mi spettano - sostiene Domenico Mantoan, direttore della Sanità della Regione - ma personalmente credo che quel numero possa voler dire astrattamente due cose: o i livelli erano attestati, prima dell’introduzione dei filtri dell’acquedotto nel 2013, attorno a quota 200, o non è vero che bastano 3-4 anni per eliminare una sostanza che, evidentemente, può avere un’emivita più lunga. Al momento non siamo in grado di dare certezze. Noi seguiamo il metodo di Galileo Galilei: osserviamo e raccogliamo i dati. Quando saranno completi tireremo le somme». Al momento i tecnici della Regione non sono in grado di dire se questi ragazzi con valori di Pfoa alti nel sangue presentano già oggi le patologie più comuni riscontrate in caso di esposizione da Pfas, come conferma Francesca Russo, direttore del Dipartimento di prevenzione della Regione: «I dati non sono ancora stati incrociati. Abbiamo dotato Arpav di un macchinario per analizzare le concentrazioni di Pfas nel sangue. Gli esiti sono di venerdì scorso. Arriveranno a breve dall’Ulss di Arzignano anche quelli che valutano gli altri parametri previsti nel protocollo per il bio-monitoraggio, come colesterolo e glicemia».

CORRELAZIONI. Dagli esperti arrivati da mezzo mondo arrivano però conferme su quanto la Regione andava sottolineando da tempo. È cioè che non risulterebbe un nesso tra esposizione da Pfas e forme tumorali. Kurt Straif, direttore dell'Agenzia internazionale per la ricerca del cancro, ha sottolineato come una possibile correlazione ci sia per il cancro al testicolo e al rene, ma non in forma evidente. In Veneto la situazione è tranquillizzante come ha sottolineato Massimo Rugge del Registro dei tumori del Veneto: qui la correlazione non c'è proprio. «Non dimentichiamo però quel 20% in più di mortalità causata da patologie cardio-vascolari registrate nella zona rossa». Non solo. Anche le malattie legate al metabolismo e al colesterolo sono in aumento. «Ma non si può stabilire ancora se sono causate dall’esposizione da Pfas - ribadisce Mantoan -. Possiamo dire che i Pfas rappresentano un nuovo fattore di rischio che si aggiunge al fumo e al sovrappeso».

FILTRI E BIMBI. Paola Facchin, direttore del Centro regionale malattie rare, ricorda un altro dato emerso in questa prima fase di indagini: «Su 560mila gravidanze dal 2003 al 2015, dalle circa 16mila dell’area rossa sono emerse alcune evidenze, come l’aumento di gestosi e diabete gravidici nelle future mamme. Poi nei bambini, un aumento di nati piccoli in proporzione all’età gestionale, con maggior rischi di sopravvivenza ed esiti negativi del parto. Da notare che questo effetto è sparito dopo il 2013». È dal 2013 infatti che il Veneto si è dotato di filtri per abbattere l'inquinamento della falda causato dallo storico svernamento dei Pfas a catena lunga dalla Miteni.

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