18 settembre 2019

Veneto

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17.04.2019

Massa di nuovi Pfas nel Po «È questione nazionale»

«Se teniamo conto che la falda vicentina inquinata da Pfas viaggia a un metro cubo al giorno, e invece il Po che risulta a sua volta inquinato in media porta 150 metri cubi al secondo (cioè 12 milioni di metri cubi al giorno) capiamo di che differenza stiamo parlando». Parla chiaro Nicola Dell’Acqua, direttore generale dell’area “Territorio-ambiente” della Regione, già dg di Arpav e attuale commissario governativo per i nuovi acquedotti anti-Pfas in Veneto. La Regione infatti lancia l’allerta: proprio Arpav infatti ieri ha ufficializzato un dato che apre di nuovo un quadro molto più vasto e bussa pesantemente alle porte del Ministero dell’ambiente e del Governo: nel fiume Po scorrono in massa anche i “nuovi Pfas”, vale a dire il C6o4 che ha soppiantato negli ultimi anni i temuti Pfos e Pfoa. Questi ultimi hanno una catena di 8 atomi di carbonio legati al fluoro e restano purtroppo a lungo nel sangue umano, mentre il C6o4 (simile al tanto noto GenX) di atomi ne ha sei e ci sono meno notizie sulla sua tossicità, ma «certo non è bene che si trovino questi inquinanti nelle nostre acque», dice Dell’Acqua. I DATI. È Arpav stessa a chiarire in una nota che quest’anno nel fare le analisi di fiumi e corsi d’acqua ha «ampliato il pannello degli acidi perfluoroalchilcarbossilici e perfluoroalchilsolfonici, aggiungendo la sostanza perfluorurata cC6O4». Come noto, è già da un anno che la questione dell’inquinamento da GenX e C6o4 è esplosa per l’industria Miteni, ora fallita. Tanto che la Procura di Vicenza ha in corso una seconda indagine, e la Provincia giusto lunedì ha ritirato l’autorizzazione ambientale Aia perché «ad oggi non sono state ancora individuate le cause della presenza nelle acque sotterranee». E le MammenoPfas in un documento inviato alla Commissione bicamerale contro le ecomafie segnalano che «nel 2018 il GenX è in falda da tre anni ed è arrivato a 7 chilometri dalla Miteni, mentre il C6O4 è in falda da ben 9 anni e lo si trova fino a 13 chilometri». Questo fronte è aperto: «Non c’è dubbio che l’inquinamento in quell’area provenga da Miteni, che utilizzava la sostanza nella produzione a sostituzione dei Pfas tradizionali», ribadisce Dell’Acqua. Ma con Arpav si è cercato appunto di «verificare la presenza da altre possibili fonti». Ebbene, sul Po a Corbola, nel Polesine, sono emersi 42 nanogrammi per litro di nuovo Pfas. Si sono ripetute le analisi (con tutta la difficoltà e il merito di Arpav nell’avere i campioni per poterle fare, visto che in Italia tutto tace). E ne emerge un quadro chiaro: a Taglio di Po e Corbola 65 nanogrammi per litro. Più a monte, a Villanova Marchesana, si sale a 67. Più a monte ancora, a Castelmassa che è già ai confini con la Lombardia, il Po ne porta 85 nanogrammi al litro. Al litro, appunto. Ed è qui che è bene capire di cosa si sta parlando, perché il fiume ha una grande portata media come detto, tipo 1,5 milioni di litri al secondo: un grande potere di diluire gli inquinanti. E se in quella massa d’acqua l’Arpav trova lo stesso quantità di nuovi Pfas, vuol dire che a monte c’è chi ne sta rilasciando moltissimi. Tanto che proprio Arpav ha scritto ieri che per i Pfas «la maggior parte dei carichi recapitati a mare» viene dal bacino del Po (800 chili l’anno) e probabilmente da fonti a monte del Veneto. «UN CASO NAZIONALE». «Una sostanza così poco utilizzata e di nuova generazione, riscontrata in queste quantità nel fiume più grande d’Italia, fa supporre che si possano trovare a monte fonti di inquinamento importanti», sottolinea Dell’Acqua. La Regione quindi ha segnalato il tutto a Lombardia ed Emilia Romagna, e intanto il gestore Acque Venete, che pesca l’acqua dal Po e la potabilizza per l’acquedotto del Polesine, «ha già ordinato nuove batterie di filtri». Da dove vengono quei Pfas? Il pensiero va alla Lombardia e al Piemonte (specie al fiume Bormida e al punto di inquinamento di Spinetta Marengo) già indicati dal Cnr nel 2013 (vedi grafico). Di certo è assurdo che per un caso di portata nazionale come è quello dei Pfas il Veneto sia ancora da solo in trincea e non ci sia un’azione in campo del Governo con Cnr, Ispra, Iss e tutte le strutture di ricerca che solo uno Stato può mettere in campo. E il governatore Luca Zaia alza la voce: «Questa è la conferma che la questione Pfas è un tema che interessa tutto il Paese, una primaria questione ambientale nazionale. Per questo è necessario che il Governo, come ha già fatto il Veneto da tempo, intervenga fermamente, ponendo limiti zero. Invitiamo, quindi, il Ministero dell’ambiente a muoversi sulla linea già tracciata dalla nostra Regione, il più rapidamente possibile». A tutela non solo dei veneti «ma di tutti i cittadini del nostro Paese». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Piero Erle
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